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Domenica ventun febbraio 2010

Nostra forma mentis? Il fascismo
di Marco Baldino


Se il rapporto diretto con le masse, la mozione dei sentimenti, la manovra politica che fa leva sugli istinti è un sortilegio fascista, l’idea dello stato come educatore della società, l’idea secondo cui il politico deve dare forma a qualcosa di altrimenti informe, l’idea della politica o, peggio, dello stato come plastica della società è non di meno fascista. E se il primo elemento può essere ricondotto a Mussolini, il secondo può facilmente essere ricondotto Gentile.

Comunque la si giri - si potrebbe dire - mai come in questo momento l’Italia mostra che il proprio retaggio, in qualsiasi direzione politica si guardi, è il fascismo. Non il liberalismo trasformista di Giolitti e nemmeno l’autoritarismo vetero garibaldino di Crispi, ma il fascismo di Gentile e di Bottai. Noi italiani siamo “fascisti” non in forza di una qualche adesione a quell’ideologia, ma perché viviamo dall’interno lo stato proprio a quel modo e perché viviamo dall’interno la democrazia (con Kant niente più che una possibile forma imperii da enumerarsi accanto ad autocrazia e aristocrazia e, in ogni caso, la più esposta al rischio di dispotismo) proprio a quel modo. Siamo fascisti perché il fascismo è la forma interna del nostra anima, almeno di una parte di essa.

L’amore per le adunanze oceaniche, l’amore per i grandi numeri, l’amore per la sacralizzazione di tratti della vita pubblica, persino un certo modo di amministrare la giustizia riproducono le tecniche e le alchimie del fascismo. Ora, può darsi che il depotenziamento della politica accettato e perseguito negli anni Ottanta, oggi così vituperato, da destra come da sinistra, abbia di fatto indebolito la presa dei governi sul corpo sociale, ma quel depotenziamento, l’idea di un “governo debole”, di un governo “parziale”, cioè non totale, o, comunque, di un governo sottoesposto rispetto a ciò che la gente percepisce come essenziale, un governo che non decide tutto, che non amministra tutto, era, piaccia o non piaccia, una concreta mossa in direzione della defascistizzazione di questo paese.

La sterzata con cui ci siamo ritratti, disgustati, bisogna ammetterlo, da quella forma di anarchismo postmoderno (si veda il violento atto di accusa pronunciato da Cacciari ne’ L’arcipelago) ci ha rigettati nel gioco dialettico, intrafascista, tra stato etico e democrazia diretta, dialogo diretto con le masse. A destra come a sinistra abbiamo schiere di politici che vogliono fare della psicagogia l’autentica pratica amministrativa, schiere di manipolatori di pulsioni politiche elementari, schiere di giudici desiderosi di emettere sentenze politicamente “esemplari” e di giornalisti che, mentre dichiarano di voler informare, non riescono a dissimulare il loro nefasto desiderio di emettere delle sentenze.

Nessun politico, invece, in ogni caso nessuno che conti, a pensare lo stato come un semplice arbitro o codice della viabilità politica nell’ambito di un compagine che non ha identità vincolanti, ma solo degli interessi a convivere in un certo modo. Non mi va di essere educato dallo stato, né di subire le politiche culturali delle amministrazioni locali. Se voglio sentire una predica so ben andare in chiesa come fanno tutti, so ascoltare un amico, riflettere sui tristi casi della vita, scegliermi un film e un libro da leggere e persino, chiedo fiducia, farmene un’idea.



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