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Domenica quattordici febbraio 2010
La libertà come castigo
di Marco Baldino
Può darsi che il libero arbitrio non sia il dono che Dio fece all’uomo al momento della creazione. Adamo non era libero nel paradiso, la sua volontà altro non era che una scheggia di volontà divina impiantata nel suo cuore oscuro. Dio non è cattivo, il solo pensarlo sarebbe bestemmia. Per punire l’uomo Dio non lo incenerì, avrebbe potuto, ma non lo fece, semplicemente gli concesse ciò che desiderava, la somiglianza con il creatore, stimando tale concessione punizione adeguata e sufficientemente educativa.
Il sesso eretto quindi non c’entra con il peccato se non per essere l’espressione manifesta e il simbolo materiale della rivolta. Per essere libero l’uomo doveva saper scegliere dinanzi al desiderio, anche al desiderio carnale e quindi doveva avere un corpo capace di opporgli delle contestazioni. Per questo Adamo ricoprì le pudenda. Lo fece per occultare, se non altro a se stesso, la dissonanza tra desiderio e volontà. Questo era l’oggetto della sua vergogna: poter essere come Lui e non saper essere come Lui.
«Vuoi essere libero? Vuoi andare dietro alla volontà tua? Sia!». Da quel momento Adamo sentì scorrere nei precordi il flusso violento del desideri, capì che poteva esaudirli, ma, come dire, non in quel preciso momento, non nel modo esatto che avrebbe voluto. Aveva desideri e capacità, ma occorreva l’esercizio persistente, estenuante del volere. L’esaudimento del desiderio non era più garantito da Dio.
In tal modo l’uomo fu graziato di una scheggia della fatica di Dio o, se si vuole, del dolore di Dio. Fu questa la dolce punizione che Dio immaginò per lui. Alla rivendicazione di essere come Lui il Creatore rispose concedendo - per questo bisogna guardarsi dal chiedere. Sicché la libertà non è un dono, ma un castigo; un castigo consistente nella condanna ad esercitare la libera volizione così come la esercita il Dio padre di tutte le cose.
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