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This is the End


Il trenta dicembre 2007

STREGHE. Un nano danza agghindato come un gaglioffo. Arlecchino si sporge al proscenio millantando un’abilità da giocoliere. Una coppia si gongola come alla promenade, coppia ben strana perché lei, carina e tutta trine, con un fiocco tra i bei capelli crespi, si accompagna a un sudicione dalla barba mal fatta, con maschera rossa, da stupratore, in testa un turbante e, indosso, un abito di scena del colore dei carri, uno scaricatore scritturato al momento. Un gentiluomo osserva divertito. Un nido d’uccelli svetta in cima al teatro di strada - da quanto tempo dimora lì la compagnia? E d’intorno boscaglia, montagne nebbiose, un cielo che mette a pioggia. Del pubblico solo vaghe mascherine. Sono i comici ambulanti. Ma da dietro la tenda un volto si sporge con naso di porco, il crapulone. È il segno, il diaframma attraverso il quale l’occhio irrequieto dello spettatore è invitato a posarsi, non già sulla scena, ma sull’incantesimo che si svolge alle sue spalle e che, forse, la sorregge: vecchie femmine accolte in neri tabarri che sgranocchiano infanti sotto un cielo d’inferno. Scuri volatili rondano sui loro volti accesi. Ceste ricolme di carni tenere, umane, infrollite, ancora intatte, tiepidi neonati. Occhi dissimulati di gufi guardiani sorvegliano. Vieni, vieni qui da noi, qualcuna, non meno atterrita, ci attrae, disperatemente suadente, e noi, carponi, le dite incrociate alle dita, i palmi aggrappati al ginocchio che ancora non morde la polvere, noi ben sappiamo, e tremiamo e preghiamo, ma l’esortazione - vieni, su, vieni -, sia detto en passant, scioglie in acquolina le nostre paure, e le nostre paure irrigano le nostre cavità, e immonde carezze, appena sospettate, ci confondono.



Il ventitré dicembre 2007

ESSERE GIUSTI CON KAÏÁPHA. Grande commentatore delle scritture, Enzo Bianchi, cade tavolta in stereotipi vetero-tridentini. Del Cristo dice: «ingiustamente crocifisso: lui, il Giusto - colpevole di aver narrato con la sua vita il volto di un Dio che è Padre prodigo d’amore». “Prodigo d’amore”, sia! Personalmente ritengo che Gesù (“con la sua vita”) abbia narrato il volto di un Dio che è anzitutto Figlio, che quindi succede a un Padre che sì, nella memoria mitica di un popolo è l’artefice della creazione, ma che non salva punto (a che altrimenti il Cristo stesso?); il volto di un Dio nuovo quindi, che si libera del vecchio problema cosmologico decretandone il supermanto nella forma di un mero trattenimento memoriale, di un legame con l’antico che forse non si vuole cancellare, ma che nemmeno può essere riaffermato come un vincolo a tutto tondo. Credo che Gesù abbia narrato il volto di un Dio che è anzitutto Figlio per affermare la centralità assoluta dell’opera della redenzione. Perché, quindi, bestemmiare il giudaismo tacciando di ingiustizia il processo contro Gesù? Questi disse in faccia al Sinedrio, in modo più garbato, ma non meno ingiurioso, ciò che Paolo ripeterà: che loro, i loro riti, la loro tradizione, la loro osservanza... Non erano che spazzatura. E in più Gesù disse: io sono colui che viene dopo il Dio dell’alleanza [cioè il vostro Dio], io stesso [quest’uomo] all’altezza di Dio, e propongo un nuovo patto [che invalida il vecchio e sancisce la decrepitezza di tutto ciò che vi si avvinghia]. Anch’io, al loro posto, mi sarei risentito un pochino.



Il sedici dicembre 2007

TERRORI. Mi sono perso nella boscaglia. Corro su e giù, corro nel buio. Ho levato l’ancora ma non ho vele. Ho drizzato le orecchie ma nessun brusio orienta i miei preoccupati passi. Mi sono avventato tra i marosi dei rovi. Oh non fossi mai salpato! Avrei trottato lungo la muraglia dei morti, alla dritta del mio posto, in bocca solidi denti. Invece, piccolo come uno scricciolo e tremante come una pernice, ora, io, sono perduto, perduto.



Il nove dicembre 2007

IL GESÙ DI RATZINGER III. No, il taglio netto è Gesù stesso in quanto tale, il fatto che un uomo sorga e, attraverso sé, inscrivendone i segni nella propria carne, nei propri gesti, nel proprio pensiero, nella propria parola, ponga un’immagine e un concetto del divino irriducibili a quelli della tradizione ebraico-ellenistica. Certo, bisognerà spiegare che sia questo “Padre” di cui lo stesso Gesù dice, ma ciò non richiede dogmi. Dal Giordano al Golgota non si dipana forse il romanzo che conduce alla chiusura della rappresentazione del divino antico, quello che aveva nel cielo la propria manifestazione e che, sia chiaro, non ha mai salvato nessuno? E ad un tempo conduce all’apertura di un divino nuovo, inaudito, che ha come luogo di manifestazione l’uomo e soltanto l’uomo, che pone la redenzione come compito inaggirabilmente congiunto dell’uomo e di Dio. E ciò di contro alla creazione, cioè al problema cosmologico, che rappresenta invece la comprensione del divino antico. Dal Giordano al Golgota qualcosa è cambiato. Il Padre ha concluso il suo tempo, il problema cosmologico non appartiene più alla sfera dell’ora e del qui della rivelazione, ma solo al suo passato, il Padre ora tace per sempre, tace drammaticamente. Ma si inaugura una nuova era, quella de Figlio, qualcosa succede all’epoca del padre, è l’era del dio-uomo che muore e rinasce Maestro interiore, modello assoluto all’interno di un disegno di redenzione che richiede al discepolo niente di meno cha un’emulazione assoluta, senza scarti. Ebbene, qui - non a livello dell’unitrinità di Dio - entra in gioco la fede, quella fiducia che, si dice, o è in grado di smuovere le montagne o non è affatto. Gesù ha posto il divino nella salvezza e la salvezza nell’assurdo. Ma l’assurdo non consiste in qualche difficoltà logica, bensì in una specifica difficoltà esistenziale: essere come il Maestro, cioè negare il mondo, non solo in ciò che ha di cattivo, ma anche in ciò che ha di buono, la legge naturale (abbandonare tutto: affetti, impegni, giustizia, onestà ... tutto alle ortiche, solo la croce vale), la legge morale (fai agli altri ciò vorresti che gli altri facessero a te. Mentre invece non si tratta più di fare altro che perseguire la croce, che essere-per-la-morte). Ebbene, l’uomo non può farcela con la sola ragione poiché questa lo riporta sempre all’etica e solo con l’etica l’uomo non può farcela, solo con l’etica l’uomo torna immancabilmente al punto di partenza, al congruenza con il mondo, occorre qualcosa che lo sbalzi fuori, nel vuoto, dove non c’è sostegno, dove, se uno vi si spinge lo può fare solo sulla base di una fiducia cieca, assoluta, folle, anti- e sovr-umana, priva di garanzie e, soprattutto, senza la minima certezza razionale che ciò che sta per fare sia veramente da Dio.



Il due dicembre 2007

FRAMMENTI DI SISTEMA. Per chi mi segue con fatica non ho da offrire che questo piccolo supplemento. Di che si tratta? di frammenti di un sistema redatti su cartoline postali, disseminate qui e là. È improbabile che si giunga da qualche parte. Tuttavia, trattasi di sistema. La sua generatrice è un colloquio iterato con le obiezioni di radi lettori, con alcuni eventi propri della deriva quotidiana (acidità, canizie-calvizie, climaterio, snervamento, mutazioni del paesaggio, squilli di telefono, risvegli allarmanti, veglie crepuscolari), poi vi sono i radiogiornali, qualche libro, qualche film, della musica in cuffia e, a volte, persino degli incontri a malapena evitati. Chi cerca soluzioni, qui rischia di imbrogliarsi nella complicazione (complicatio) dei miei stati pisco-somatici. Si tratta di un sistema di impronte: la meteria è il linguaggio, la forza formante il Sé, la forma alcuni concetti. La forma di questi concetti è particolare, particolare assoluta; la loro validità transitoria, come l’esistenza stessa.



Il venticinque novembre 2007

UN PETIT JEU. Reazionario? Chi, di fronte al tumultuoso accadere della storia, reagisce cercando di opporre al nuovo che si presenta, l’ordine spodestato. Progressista, invece, colui il quale, di fronte allo scompaginamento del vecchio ordine, lo accoglie come un necessario momento distruttivo, dal quale si attende però la nascita di un “ordine nuovo”. Il progressista ritiene che l’ordine nuovo sia migliore di quello che è andato distrutto; il reazionario, al contrario, ritiene che la distruzione dell’ordine antico costituisca una perdita senza paragoni. Propongo un petit jeu: collocare coppie di personaggi noti, della storia o della cronaca, nel posto che loro spetta secondo le schema assegnato. Secondo un tale schema Sant’Agostino, a petto del declino dell’impero, fu senz’altro progressista: l’ordine veniente seppelliva l’evo antico e introduceva a quel tipo di sviluppo che condurrà alla scolastica, alla Riforma, forse al capitalismo e, infine, qualcuno lo ha pure detto, al nichilismo del Novecento. Bruto e Cassio, paradossalmente, furono invece dei reazionari. Dell’impero non compreso l’ineluttabilità, non ne intuirono la grandezza. Da parte loro avrebbero senz’altro impedito il formarsi di quel crogiolo dei tempi dal quale sarebbe sorta l’Europa giudaico-cristiana e latino-germanica - che saremmo noi ora senza il nascere e il perire di quell’impero grande e terribile?



Il diciotto novembre 2007

IL GESÙ DI RATZINGER II. Fin dalle prime righe del suo libro su Gesù, Ratzinger chiarisce il punto su cui si basa: Gesù va considerato nella sua comunione con il Padre. Tale presupposto, vi si afferma, «è il vero centro della personalità di Gesù» e, in secondo luogo - aggiunta cruciale - senza questa “comunione” non si può capire niente. Bene, per Ratzinger non è dunque la “comunione col Padre” a richiedere una spiegazione, ma il fatto che Gesù sia un uomo. Visto però che ci troviamo in un regime discutivo, generosamente concesso dallo stesso Pontefice, mi permetto di rovesciare la prospettiva: non il fatto che Gesù sia un uomo fa problema, ma proprio la sua comunione con il Padre. Che Gesù sia un uomo è un fatto, un dato originario - se Gesù non fosse un uomo non ci sarebbe nemmeno nessuna questione da discutere ed è strano che la grande teologia cristiana tenda ad assumere come dato che vi sia un Padre, che vi sia cioè un Dio-che-è-già-dato, concettualmente già-compreso prima che l’Occidente ne riceva la rivelazione da Gesù stesso, come dire, di persona. Da questo punto di vista, il modo giusto per non capire niente, non solo della personalità di Gesù, ma anche del significato che riveste il suo passaggio nel mondo, il solco che ha lasciato, è proprio quello di pensare il divino cristiano a partire dal presupposto di un’assai poco chiara “comunione” con il Padre. Che dice Gesù di nuovo rispetto alla vecchia visione ebraico-ellenistica del divino occidentale? Questo è il problema. Se invece si parte dalla visione di Dio come trascendenza assoluta, del Dio Uno, rivelato, perfetto ecc., per tentare di comprendere la figura di Gesù, ecco che Questi cessa di costituire una dirompente novità, un taglio netto nella storia, eccolo piuttosto diventare una mera ripetizione e, per converso, un nodo di contraddizioni che non può essere spiegato se non al prezzo dell’assurdo gabellato come chiarezza senza margini: vero dio? vero uomo? vere entrambe le cose? che significa? come può Dio cessare di essere Dio, diventare uomo, cioè niente e spogliarsi di tutto ciò che lo distingue dall’uomo, divenire indistinguibile, cioè lo stesso che l’uomo e, quindi, non-dio, senza-potenza, senza-sapienza, il languente, il moriente, il perduto per antonomasia (proprio perché è un animale etico, etico-sensibile) e, contemporaneamente, mantenersi nella potenza eterna dell’Uno, nella sapienza, nella perfezione, nella distanza incolmabile dall’uomo?



L’unidici novembre 2007

LA MEIOSI ORIGINARIA. Come ha potuto l’uomo divenire tale? Come è potuto emergere dall’animalità, separarsi dalla sfera della bestia? Beh, io propongo l’immagine della meiosi originaria. Come al solito bisognerà specificare che “originario” qui non significa ciò che è avvenuto all’inizio una volta per tutte, non si tratta di un concetto cosmologico. Originario è ciò che si dà ogni qual volta ciò che specifica (nel nostro caso la meiosi) accade. La divisione di cui parlo si produce invece ogni qual volta ciò che non si lascia ridurre a una comune misura, ciò che non trova base sufficiente per relazionarsi al comune, viene rigettato. La morale ha questa origine, nasce dal rigetto dell’eterogeneo. Di un tipo amorale si dice infatti che è deforme, oppure che è una “bestia”. Benché in un certo senso ciò appaia strano, l’animalità è la forma più tipica dell’eterogeneità all’umano. La meiosi originaria è lo sforzo costante di mantenersi nella separazione dalla propria animalità. Tale sforzo è (origina) la morale. La morale è il velamento di questa originaria esclusione.



Il quattro novembre 2007

ANIMALI GREGARI E ANIMALI ESTATICI. Devo correggere un’opinione, tutt’altro che ineccepibile, che si trova espressa nel racconto di Anton Čechov «Il monaco nero». Il cervello malato del filosofo Andréj Vasìlevič Kovrìn concepisce, nei panni del monaco nero (un’allucinazione che di tanto in tanto viene a fargli visita) un’idea di questo genere: l’eccitazione, l’estasi, tutto ciò che distingue i profeti, i poeti, i martiri dell’idea dagli uomini comuni è contrario al lato animale dell’uomo: «se vuoi essere sano e normale va’ nel gregge». È vero, vi sono animali che vivono in greggi, ma per tanti che vivono in gregge ve ne sono altri che appartengono all’imperatore, ve ne sono di imbalsamati, di favolosi, di disegnati con un pennello finissimo, e i più, anche se non lo danno a vedere, si agitano, in cuor loro, follemente. Potrà sembrare strano ma gregge è un termine che designa assai più la condizione media umana, il suo carattere omogeneo, raffrontabile, unificato, tecnologico, che non quella animale. Se l’uomo ha potuto sviluppare una matematica, ciò è dovuto in gran parte al suo stile gregario, confrontatore, alla sua ansia misuratrice, alla suo spirito sussidiario. Vi sono quindi, verosimilmente, svariati tipi di animalità e due ci interessano particolarmente, quello umanizzato, che si esprime nell’idea di gregge, e quello irriducibile, che, preso da eccitazione, rapito da irragionevoli estasi, sta sullo stesso lato dei martiri, dei profeti e dei poeti, il lato eterogeneo. Sani e normali, nel senso di omogenei, vanno quindi col gregge. Profeti, martiri e poeti, nel senso di eterogenei, vanno invece con la bestia, con l’animale estatico. Questi altri, infatti, nelle enciclopedie dei primi, sono per lo più rubricati tra gli esseri anormali e malati.



Il ventotto ottobre 2007

COMICOS AMBULANTES. Un nano danza agghindato come un gaglioffo. Arlecchino si sporge al proscenio millantando un’abilità da giocoliere. Una coppia si gongola come alla promenade, coppia ben strana perché lei, carina e tutta trine, con un fiocco tra i bei capelli crespi, si accompagna a un sudicione dalla barba mal fatta, con maschera rossa, da stupratore, in testa un turbante e, indosso, un abito di scena del colore dei carri, uno scaricatore scritturato al momento. Un gentiluomo osserva divertito, ma da dietro la tenda un volto si sporge crapulone, con naso di porco e nauseabondo. Del pubblico solo vaghe fisionomie. Un nido d’uccelli svetta in cima al teatro di strada - da quanto tempo dimora lì la compagnia? E d’intorno boscaglia, montagne nebbiose, un cielo che mette a pioggia. Nient’altro.



Il ventuno ottobre 2007

DELL’INCOERENZA. Che tristezza non cambiare mai idea! Sbagliarsi, contraddirsi, non è questo il luogo del pensiero? Tornare continuamente a sé per vie alterne. Oh sì, la santa identità! E invece no, si tratta sì di tornare continuamente a sé, ma ciò che si trova è sempre qualcos’altro, sebbene (lo dico per divertire il lettore) mai totalmente estraneo a noi - conoscenti, collegati, controfigure: sì, lo conosco quasi bene; no, non è qui; no, non conosco il numero di telefono, non credo nemmeno che l’abbia; morto? no, no, da qualche parte, lungo la strada. Allora l’esperienza si espande. Cambiare idea rimanendo sul posto, ecco, esercizio non facile, vero, ma ordinato all’espansione della vita, la cui grandezza - sia detto en passant - non è certo la lunghezza. Com’è possibile allora? Saltando, ovviamente: ad ogni ricaduta una nuova prospettiva. Che volete che m’importi della coerenza; la coerenza è la proprietà biochimica delle nature prive di pensiero; ciò che conta è l’espansione del sé, comprendere continuamente quanto v’è d’altro e di ulteriore e, quindi, inserire nel sé, sempre di nuovo, qualcosa che, per definizione, non lo sottoscrive.



Il quattordici ottobre 2007

PESSIMISMO PEDAGOGICO. All’ateo che immagini di dover migliorare l’umanità non rimane che riporre tutta la sua fede nella potenza dell’educazione. Tuttavia - è necessario almeno supporlo come obiezione -, l’idea che l’umanità abbisogni di migliorie, e che poi possa di fatto accoglierle, attiene alla messa in scena dei preliminari di una fondazione teologica. Gli atei ottimisti non sono che dei credenti non ancora rivelati a se stessi. Per un pessimista, invece, l’inesistenza di Dio comporta, ipso facto, la non migliorabilità dell’uomo, la sua rigorosa insalvabilità. Ecco l’obiezione del pessimista: su cosa fondi l’ottimismo della tua volontà se non sul principio che vi sia qualcosa di buono da realizzare? E che cos’è questo buono? E siccome, se sei un vero ateo sei anche un autentico relativista, che “buono” è quello che non può esser tale in «assoluto»?



Il sette ottobre 2007

ANGELI. Bestie, lebbrosi, folli... insomma, il variegato mondo dei reietti, ebbene non sono loro i mediatori? gli angeli? Ogni crimine, ogni malattia, ogni stoltezza, non parla in tralice di una verità segreta? «Tu sei fondamentalmente questo: un malato, un delinquente, un animale. In superficie, certo, sei tutto pulizia e chiarezza, tutto moralità e rigore, ma al fondo.... un sabba, una ridda, un caos turbinoso. Ebbene, non credere di essere nella salvezza solo perché ti tieni all’ordine, alla chiarità del giorno, tutto questo lo devi anzi considerare come spazzatura». Guarda i delinquenti, i feroci, i sudici, sullo sfondo della loro rabbia non passa forse qualcosa di divino? Ci vuole stomaco per dirsi cristiani!



Il trenta settembre 2007

L’IO E IL SUO ALTRO. Gli Altri sono il mio incubo, su questo non ci sono dubbi. E il mio incubo è l’azzeramento della mia potenza, della mia forza creatrice, della forza con cui pongo il mondo, di quella forza per cui anche gli altri uomini non sono che per me. Rifuggire l’Atro è il mio utile e il mio utile è ciò che conserva il mio essere. Ma penetrare nell’incubo è il mio spirito, il mio spirito d’avventura. Prima o poi bisognerà farlo. Certo, per questo dovremo affrontare i terrori dell’annientamento, ma credo che non potremo esimercene se non al costo di risvegliarci, un giorno, insetti in mondo Altro. E il rischio è quello di non riuscire affatto a dialogare con l’Altro, di esserne completamente soggiogati. In effetti l’Altro è tale solo se non risponde alla mia logica e se, per tutta risposta, intende ricondurmi alla sua, costringermi alla sua. Dovrebbe accadere qualcosa di pardassale, qualcosa di assolutamente eccezionale perché l’Io e l’Altro si rivelino l’un l’altro senza elidersi a vicenda. Forse questo evento improbabile, vicino alla follia, non è che il cristianesimo, l’accadere di una possibiltà che lascia incidere in un’unica fenditura, per un’unica volta, oscillazioni inconciliabili.



Il ventitre settembre 2007

ELOGIO DELL’ONANISMO. Un filosofo tedesco del XX secolo scrive: «Non c’è una via regia, una comoda scorciatoia per la filosofia». Sicché - prosegue - il genere di soddisfazione cercato da chi vuole risparmiarsi ed eludere le difficoltà sarebbe «così poco degno quanto l’onanismo». Perbacco, qui si fa l’elogio della fatica, del lavoratore del pensiero, dello Stakanov filosofico, e, a un dipresso, si paragona lo zuccone filosofico al masturbatore occulto! Soviettico! Eppure - così mi sembra - non c’è bellezza, per esempio in una voce lirica, se questa non sa nascondere la fatica del prorompere. Solo dopo comincia la bellezza, e la bellezza, direbbe Hegel, è il supremo atto della ragione. Paradosso vuole che il nostro filosofo, con quelle parole, voleva appunto rendere giustizia alla difficoltà del testo hegeliano. Ebbene, quando incontrerai un passo oscuro del grande pensatore, se proprio ti repelle farlo in solitudine, corri dalla tua amica del cuore (o amico, s’intende) e chiedile di aiutarti a liberarti, con rapidi cenni, dell’opacità che si è raccolta in fondo alla tua anima. Ciò non ti renderà Hegel più chiaro? un pochino, credi, perché il cuore, almeno, giacerà soddisfatto e, reso quieto nella sua ansia negatrice, sarà rientrato in se stesso.



Il sedici settembre 2007

PREOCCUPAZIONI. Ci sono giorni in cui la fredda signora mi guarda con occhi impenetrabili e, inerme, sento la reazione diffondersi dallo stomaco, che si contrae leggermente, ai lombi e di qui, fuori controllo, inerpicarsi su su fino al cervello, dove, attraverso le madri compiacenti, si diffonde poi nell’organo molle. Eccomi allora gridare silenziosamente: non sono pronto, non sono pronto! Altri in cui, preso da mille futili cose, dimentico di essere un essere osservato e pazientemente atteso. Da ultimo ecco il tempo in cui le giornate, nel loro succedersi insensato, mi risultano così penose che la grande osservatrice, addirittura, mi pare mutare sguardo, da torvo che era a quasi compassionevole. Sono questi i giorni in cui vorrei che l’anno corrente fosse il 2155, meglio, il 2255, quando non solo le mie ossa, ma anche quelle di tutti coloro i quali, a qualsiasi titolo, potrebbero, anche solo per un mero caso, ritrovarsi con il mio nome tra le mani, non saranno che polvere.



Il nove settembre 2007

IL GRANDE SEGRETO DEI FILOSOFI. La condotta filosofica della vita può essere considerata secondo due aspetti: a) nella solitudine; b) nel rapporto con gli altri. Nel primo caso si parla di “meditazione”, nel secondo di “comunicazione”. La religione realizzerebbe qualcosa di analogo con la preghiera. In filosofia la meditazione sarebbe così un che di simile all’orazione mentale con la differenza che lì non vi sarebbero luoghi sacri, oggetti sacri, forme consolidate. Oh come si sbaglia qui il filosofo! La Polis, ecco un luogo sacro sicuro, irriducibile della filosofia - quando si dice “comunicazione“ non si dice infatti già Polis? fuori di essa non c’è pensiero ma bêtise - dice il filosofo - bêtise e farneticanti oracoli pitici. Titoli, cattedre, commissioni e pubblicazioni sono poi solo alcuni degli oggetti sacri di cui il filosofo si circonda. Quanto alle forme consolidate, beh, si dice che la filosofia non abbia libri canonici, il che è vero, tuttavia ha delle scolastiche. Queste riproducono al loro interno una sorta irrigidimento emulativo che poi fa da veicolo al tramandamento delle opere. Che ne sarebbe dei grandi pensatori se non vi fosse quella specie di ostinata insistenza intorno al loro linguaggio, alle loro formule, persino ai loro tic che ne ha garantito la maniera? Si parla della necessità di familiarizzarsi con il linguaggio di questo o quel filosofo, ma ciò significa, oltre a una cosa ovvia, anche una cosa molto meno ovvia, il fatto che si pensa sempre nel solco di una forma consolidata. Credere di poter fare da sé, fuori dall’ordinamento, è una impertinenza provinciale, anzi delirio, quasi un crimine. Chi mai vorrebbe farsi curare da un medico che coltiva una sua personale, incontrollata medicina? Gia! E chi non lascerebbe volentieri al proprio medico il compito di morire al posto suo? Eppure il filosofo lo dice: filosofare? Imparare a vivere e saper morire. Dimenticato invece il detto: siamo tutti dilettanti della vita.



Il due settembre 2007

GEOFILOSOFIA III. “Geo-” non significa appartenenza, radicamento, sebbene abbia a che fare con questi termini. E se vi ha a che fare è nel senso che con essi, essa, sta in un rapporto di smarcamento. Il cammino di pensiero non è qui un rigoroso “affondare” nel luogo dell’origine, ma un disordinato movimento di diserzione. Chi diserta è la pensosità provinciale; ciò da cui diserta è la dimensione crepuscolare cui la filosofia l’aveva confinata (dimensione che è quindi la sua inoccultabile origine). La causa di tale diserzione non è la volontà ma il caso (una certa rottura nel regime di separazione). Ciò che guida tale pensosità mentre diserta il luogo della propria origine non è la formazione filosofica, ma un autonomo desiderio di emancipazione, di lucidità, di agudeza. Ciò entro cui la pensosità provinciale, così emancipata, si diffonde, dacché il regime di separazione è sospeso, è lo stesso piano filosofico. Qui essa contamina e si contamina con gli elementi della filosofia scientifica dando luogo ad un ibrido che chiamo filosofia free-lance. E anche qui: non una riflessone pronta a darsi in servizio al miglior offerente, ma un pensiero senza credenziali, parascientifico. Se questa “filosofia” dicesse mai qualcosa, lo direbbe nel vuoto d’autorità. Crederle sarebbe forse un disastro, certo, ma la filosofia “scientifica”, da che è decaduta dal compito di sostenere il concorso civiltario, non si trova nella stessa dannazione?



Il ventisei agosto 2007

GEOFILOSOFIA II. Vi è dunque un altro modo di usare la mente che si annuncia nella geofilosofia. Questo ha la sua figura, il suo personaggio concettuale, non nel contadino della Foresta nera, ma nel trovatello di Norimberga, Kaspar Hauser. Dinanzi a questo frutto selvatico, cresciuto da sé fuori dal seminato, quasi deforme e enigmatico, ci si può muovere a compassione, si può persino tentare di educarlo, di farne un buon cittadino. Mano a mano che la sua educazione progredisce la sua eccezionalità infatti diminuisce. Ma rimane l’intervallo compreso tra la sua apparizione e la sua sparizione; qui il “trovatello” si muove come un torrente in piena, che travolge gli argini districandosi in un confronto feroce con la forma del terreno. È in questo modo che viene smascherando la natura ortopedica della formazione, l’isteria regimatrice della filosofia ed è in questo modo che ne denuncia l’ambizione al controllo totale. Se il “trovatello” affronta problemi, lo fa con quel poco di linguaggio di cui s’è appropriato. Se si vuol stare ad ascoltarlo questi fornisce soluzioni che imbarazzano e scandalizzano il retto pensiero: pieno di ragione e, allo stesso tempo, estraneo al metodo, è irriducibile a una qualsiasi fonte che non sia semplicemente millantata, esibita al solo scopo di compiacere. Ecco, questo è il pensiero selvatico, terzo elemento da inscrivere nella geofilosofia.



Il diciannove agosto 2007

GEOFILOSOFIA I. La mia posizione sulla geofilosofia? la seguente: davvero un pessimo termine, troppe cose vi si raccolgono e, in genere, tutte cose che hanno a che fare con la determinazione di un’appartenenza e la celebrazione di un radicamento. Bisognerebbe invece cercarvi la traccia un altro accesso al pensiero. Nella geofilosofia sono almeno tre le cose che possiamo rinvenire e che non sono riducibili all’appartenenza, alla radice: 1) l’esistenza di un escluso; 2) colui che opera tale esclusione; 3) ciò che accade quando tale esclusione si sospende. L’escluso è la pensosità provinciale, con il suo carico di dislessia, di disgrafia, di logoplegia; colui che esclude è la filosofia stessa, con la sua ansia separatrice e classificatoria: via la bestia, anzitutto, poi il divino (dio e bestia, divinità e idiozia, non appartengono alla Polis la quale, per l’appunto, è il luogo deputato della filosofia); via la poesia e, infine, via la follia, via tutto l’eterogeneo. Ciò che accade quando il regime di separazione imposto dalla filosofia si sospende, o viene a cadere, è invece il venire allo scoperto di un altro approccio al pensiero, estraneo a quello consolidato nella e dalla tradizione della Bildung filosofica.



Il dodici agosto 2007

CARTOLINE POSTALI. Testi come questi, elettronici, brevi, quasi anonimi, cartoline postali affidate alle correnti, non hanno, nel loro autore, la propria legge. Lo ha detto Foucault per i suoi libri, tanto più valido sarà il giudizio per questa roba che si ricopia, si frammenta, si raddoppia e che, alla fine, sparisce quasi senza lasciare traccia, in ogni caso senza che la persona cui è capitato di produrla possa rivendicare il diritto di stabilire quel che in realtà voleva dire. L’unica legge di queste cartoline senza destinatario - direbbe Foucault - è la serie degli avvenimenti cui appartengono. Dovessero mai servire a una piccola battaglia personale, costituire un’arma in una discussione privata, incastonarsi in una strategia per ottenere un aumento di stipendio, provocare un urto di vomito, pendere come un trofeo alla parete, sanguinare come un ferita, persino intrufolarsi in un’analisi critica, ebbene esse avrebbero raggiunto il loro obiettivo.



Il cinque agosto 2007

NOIALTRI ROSPI. Ecco il re dei rospi. Sono grosso ma mi muovo con agilità, vengo da un posto che i più rifuggono come peste. Oh sì, sono una bestiaccia schifosa e se incontro, supponiamo per caso, una creatura umana, gli incuto un tale ribrezzo che, se è una monaca, una Madre superiore o una santa, supponiamo in un viottolo ombroso di un vecchio monastero castigliano, questa non può fare a meno di vedermi come un avvertimento del cielo - e non è detto che siano tutte fole. La sua repulsione andrà ben oltre il semplice orrore naturale, si penserà al demonio. In verità sono un angelo. Quando la vidi, quella monaca impettita, mi gettai nel folto, ma quella, benché infermiccia, diede l’allarme e con l’aiuto di fetenti giardinieri e con gli unghioni di ferro mi catturarono. Così fecero scempio di me, dandomi, poi, in pasto ai porci; non prima, naturalmente, di avermi slogato la zampine posteriori. L’ultima cosa che vidi prima dello srbranamento furono gli occhi severi y fatalmente ignari della Signora.



Il ventinove luglio 2007

CORPO DELL’ANIMA. La santa di Avila non tralasciò mai, nel Libro de su vida, di annotare in quale stato di salute avvenivano in lei i cambiamenti decisivi, quasi che tra gli stati del corpo e quelli dell’anima in cerca di elevazione vi fosse una sorta di legame segreto. Benché dal punto di vista della dottrina Teresa non faccia che ripetere il luogo comune platonico dell’anima prigioniera, da quello pratico, cioè da quello della mistica, è come se intuisse un parallelismo profondo, un rapporto insopprimibile tra le due sfere: la malattia, la sofferenza, aprono le porte al rapimento. È possibile allora supporre come, per Teresa, proprio nel corpo si trovi la scaturigine di quella spinta irrazionale per la quale all’uomo è dato di spingersi oltre se stesso: il santo ha bisogno del corpo per spiccare il volo, per questo è necessaria l’ascesi, occorre entrare in rapporto con esso. Se il santo langue nell’aridità è per sciogliersi, poi, in profluvi di lacrime, se il suo corpo soffre, è per anticipare le gaudiose sofferenze dell’estasi. Forse le gioie o gli scacchi cui il mistico va incontro nei vari stadi d’orazione non sono che le sofferenze che egli prova nello stato di autodominio intellettuale, trasfigurate, per mezzo di una traslazione immaginale, in una figura più alta, spirituale, che in fondo le riscatta.



Il ventidue luglio 2007

DESTRA E SINISTRA DOPO SARKOZY. Prima (cioè prima di Sarkozy) quando un intellettuale era di destra, aveva complessi. Anche Raymond Aron ne aveva! Il dopo guerra aveva dato vita al personaggio ben caratterizzato dell’intellettuale di sinistra. Oggi assistiamo invece alla possibilità, per intellettuali e filosofi, di essere dei reazionari classici, “senza esitazioni né mormorii”, per dirla con il regolamento militare - ed è questo cui Alain Badiou dice di aspirare, alla morte dell’intellettuale di sinistra, che per altro affonda insieme alla sinistra tutta intera. Ma, beninteso, «per risorgere dalle sue ceneri, come la Fenice». Il gesto di Badiou, che lo fa apparire un reazionario agli occhi dell’ultrasinistra, è in effetti un gesto strettamente reazionario in quanto reagisce a una situazione che egli percepisce come decadent sognando una palingenesi che riporti le cose al com’era prima. Quello che a Badiou sfugge è che Sarkozy è oggi la sinistra e che lui (e gli altri) sono la destra, anzi, l’estrema destra. Lo facciano quindi almeno bene, senza spirito di ressentiment. Consiglio un’alleanza strategica con il Nazionabolscevismo di Alexandr Dughin (Alexandre Douguine). Trovo che tra questi anziani filosofi post-maoisti-quasi-negazionisiti à la Badiou e i nuovi metafisici del bolscevismo nazional-tradizioanlista, antipopperiani e antiamericani, vi sia una fatale affinità.



Il quidici luglio 2007

CIELO DRIVE. Lo sguardo di Charles Manson è effettivamente psicotico, ma il suo delirio non è privo di significato; il comportamento vacuo, offensivo, dileggievole delle ragazzine complici che eseguirono la carneficina di Cielo Drive è quello di creature evanescenti, oniriche, sragionevoli, ma non si può credere all’estraneità reciproca del movimento e del mostro, all’innocenza o, peggio, all’ingenuità un po’ frivola degli hippies. I contenuti del movimento sono compendiabili, com’è noto, nella serie Love-Peace-Freedom. Questa serie non esprime un gruppo di valori ma una critica nei confronti di una società, di un modello produttivo e di un ordito ideologico destinato a legittimarli. Tale critica si espresse attraverso delle pratiche. Ma non è tutto. Alla base della serie evocata c’era un altro fattore, anch’esso noto, ma raramente compreso, l’uso delle droghe. Né tecnica disinibitoria né inseguimento di una facile evasione esso costituiva piuttosto la base occulta, questo sì, di una contestazione che investiva alla radice il mondo dei padri. Le droghe attuavano il delirio, mettevano fuori dalla razionalità produttiva, rendevano inabili al lavoro e inetti nel combattimento, abbattevano le strutture etiche della società rendendo i consumatori ora ebeti ora belve. È sulla base di quest’uso delle droghe che le pratiche di cui sopra assunsero il loro autentico significato. È come se il movimento si fosse espresso a un doppio livello: essoterico, quello della critica sociologica, ed esoterico, quello del rifiuto profondo attuato per mezzo di un medium che scalzava i presupposti stessi della civiltà dei padri, la sua intrinseca razionalità, la sua stessa etica, la sua temporalità. A livello essoterico tale critica si espresse in primo luogo nella pratica di una sessualità provocatoria, più libera e meno affettiva. In secondo luogo, nel rifiuto di partecipare a conflitti di cui, per un giovane almeno, era difficile cogliere il senso immediato, rifiuto che finì per mettere in crisi non solo il sistema della coscrizione, ma anche il modello economico di quella società, fondato sulla produzione di armi. Infine nello smascheramento di un’ideologia della libertà che, all’atto della riprova, imponeva costumi repressivi e giustificava l’invio di giovani ben nutriti in teatri di guerre che apparivano loro incomponibili con l’ideale del benessere. A livello esoterico tale critica si espresse invece nella sospensione di una ragione e di un etica che sembravano legittimare tutta una serie di inversioni. Tale sospensione si manifestò per lo più nella partecipazione di enormi greggi umane a quella sorta di abreazione collettiva costituita dalla musica, del contatto fisico e dal movimento ritmico del corpo; il brivido animale trovava, per così dire, lì, una sua sublimazione; ma non mancò - e questo è accaduto storicamente almeno una volta - il tralignamento insensato, dove la sospensione (della ragione e dell’etica) si tradusse nell’orda cieca e violenta. Charles Manson rappresenta così l’archetipo oscuro, inevitabile credo, della “verità” e “grandezza” del movimento. Due, e non una, sono le icone profonde di quel continente scomparso che fu il movimento Hippy, certamente Woodstock, la grande kermesse musicale e, ad esso avvinto, inestricabilmente, Cielo Drive, la grande kermesse del sangue e della follia.



L’otto luglio 2007

VOLO NOTTURNO. «Io sono anoressica e inadatta alla vita. Ho deciso di gettarmi dal ponte di T.. In verità sono carina - qualcuno dice “più che carina”. Il mio ragazzo, sulla trentina, adora in me, che sono di quasi dieci anni più giovane, la fragranza della fanciulla in fiore. Non s’accorge che porto qualcosa di vizzo, di frale, che la tomba mi ha già raggiunta e superata. Sono il fantasma di me stessa e questo non va, è un’inversione che non si può accettare. Mio padre, inutilmente, metterà sulle mie labbra il colore che più mi dona. Il mio ragazzo, che presto si rimetterà, sarà assente a testimonianza del suo grande dolore. Mia madre, trafitta nel cuore e quasi folle, sosterà inaridita dietro la porta. Sarà un volo notturno, lo farò ad occhi chiusi, non guarderò le luci sul lato opposto della valle, tanto mi è straniero il mondo. Cerco, rispetto ad esso, di esserne il nulla e la polvere. Già! ora so quel che cerco, non è solo il morire presto, è più che questo, è non esser mai nata».



Il primo luglio 2007

IL PESCE PINOCCHIO. Se l’altro è la mia negazione, io, per sopravvivere come “io”, non dovrò negare l’altro? La negazione dell’altro non intenderla tuttavia come una cancellazione, un annientamento, bensì come un rifiuto, un rigetto, un’espulsione (Verwerfung): ciò che non può o non si lascia ridurre all’omogeneità di quel mondo che noi siamo, è rigettato. Tale re-iezione genera qualcosa come uno spazio dell’altro. Potremmo chiamarlo spazio eterogeneo, oppure spazio negativo, nel senso che ciò che vi si accumula è ciò rispetto al quale, rigettandolo, noi tendiamo comprenderci come il positivo, l’equilibrato, il mediamente buono. Ma proprio perché così sentito, e pensato, il negativo, staccandosi da quello spazio, che poi è il fondo di noi stessi, non mancherà di ritornare come incubo. Il negativo che torna, torna come “io” che ci guarda, ma come Mangiafuoco guardava Pinocchio, cioè come pesce-pinocchio.



Il vetiquattro giugno 2007

SILLOGISMO GORGIANO. Immaginati due interlocutori, che so, due comici napoletani, uno saccente e l’altro sciocco. Il primo dice: «L’io esiste senz’altro, lo sai o no» e l’altro, lo sciocco, risponde: «Eh no, l’io non esiste assolutamente, che mi vieni a dire». Il saccente, un po’ piccato, caricando la dizione fino a farla autorevole e, se vuoi, condiscendente: «L’io non solo esiste, pezzo di fesso, ma è pensabile solamente nella sua unione con gli altri esseri suoi pari. Non sai che l’uomo è un’animale sociale?». E l’altro: «Che dici, non si capisce niente: se anche l’io esiste prima cosa che è solo; gli altri non sono che pesci cascati nella rete sua. L’io, caro Adolfo, è un animale pescatore». Il saccente: «Oh, ma sì proprio... mmmm! Non solo l’io è unito agli altri, perché l’uomo è un animale sociale, ma l’altro è il fondamento stesso dell’io, eh!» E lo sciocco: «Oscuro, oscuro, è oscuro, non si capisce niente. Se l’io non è solo, allora l’altro lo viene di notte ad arrovellare durante il sonno; senti a me, che nel quartiere mio ci stanno certi animali sociali che se uno di quelli vi guarda una volta sola per due volte di seguito già dovete sapere che vi sta preparando l’infarinatura per cucinarvi nella padella».



Il diciassette giugno 2007

SCIACALLI E ARABI. «Hegel fa degli uomini, come del resto il paganesimo, un genere animale, benché dotato di ragione. In un genere animale vale sempre il principio secondo cui il singolo è inferiore al genere. Il genere umano ha invece la caratteristica - perché il singolo è a immagine di Dio - che il singolo è più in alto del genere». Così Kierkegaard. Dispiace però che il grande danese la veda, sull’animale, allo stesso modo di Hegel. Anche tra noi sciacalli infatti, molto più, ad esempio, che non tra gli Arabi, il singolo è più in alto del genere. Dal che Lei dovrebbe capire che anche noi siamo, come voi, a immagine di Dio. Il Salvatore è infatti nato nel caldo afrore della nostre tane e, se non ricordo male, morto tra il fetore delle nostre carogne.



Il dieci giugno 2007

FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE. Una filosofia dell’educazione è, dal punto di vista cristiano, una contraddizione in termini - per questo rimango perplesso dinanzi a opere di studiosi persino insigni. Infatti ciò implica che il rapporto diretto col Maestro interiore non funzioni, che richieda una mediazione. Il cattolicesimo - sia detto en passant - è in verità molto propenso ad introdurre mediazioni ovunque ne abbia l’occasione (magistero, confessione, viatico, beatificazione... Il che - si badi - potrebbe anche significare che, lungo i millenni, s’è fatta una sicura esperienza della debolezza degli uomini), sicché anche una filosofia dell’educazione - di norma strumento nella mani dell’illuminista, persino del libertino (si pensi alla Philosophie dans le Boudoir di P.A.F. De Sade) - potrebbe trovarvi posto. Ma ciò crea problemi. Parla enigmatico il Maestro interiore? Il cristiano non è già sempre collocato all’interno di un rapporto di coltivazione, di allevamento, di educazione diretto con il Maestro? Il rapporto interiore con il Salvatore non è già questo: il fondamento di ogni crescita, di ogni sviluppo e di ogni perfezionamento? A che cosa dovrebbe puntare una filosofia cristiana dell’educazione? A convincere, con la ragione, il non cristiano a buttare tutto all’aria, morale, natura, ragione, per seguire paradosso e scandalo?



Il tre giugno 2007

IL SINGOLO E IL GENERE. «Quante volte non ho scritto che Hegel, in fondo, fa degli uomini [...] un genere animale [...]. Perché in un genere animale vale sempre il principio che il singolo è inferiore al genere. Il genere umano ha [invece] la caratteristica, appunto perché il singolo è a immagine di Dio, che il singolo è più alto del genere». Così Kierkegaard. Ciò deve significare che il cristianesimo insegna quanto meno questo: che l’uomo esiste dinanzi a Dio come singolo, che è solo dinanzi a Dio, ma anche che l’uomo, proprio in quanto solo dinanzi a Dio, viene prima di ogni essere-in-comune.



Il ventisette maggio 2007

COMUNISMO ROZZO. Conosco dell’intestino ultra-gauche di questo paese ingrigito il risvolto tenue e ciò che vi si accumula, quel rimasuglio tetro che Marx chiamò «comunismo rozzo». Qui si tratta dell’idea di attribuire la propriatà alla comunità, tutta la proprietà; del desiderio di ridurre gli uomini a proletari, tutti gli uomini. Questa idea, che già agli occhi di Marx era negatrice della personalità umana, esprime in verità la pura e semplice invidia sociale, che poi, sempre a detta di Marx, altro non è che la forma dissimulata della brama di livellamento o il semplice desiderio di vendetta (Manoscritti filosofici). Sicché, ciò che del comunismo sopravvive dinanzi al suo fallimento storico, non è l’ideale di un nucleo dottrinale incorrotto, ma ciò che già Marx aveva squalificato come un volgare vizio plebeo.



Il venti maggio 2007

CATTURATI. I personaggi di Kafka, Georg Bendemann, Gregor Samsa, Karl Rossmann, Josef K., non sono semplici figurine deformate, sono veri esseri catturati nella rete di un temibile predatore. Perché la logica del mondo appare loro così incomprensibile e controversa? Perché nulla riesce loro chiaro e schietto? Kafka rappresenta i suoi K., Samsa, Rossmann, nel momento della loro cattura, nel loro dibattersi, nel loro freddo stupore, presi nella logica dell’Altro, che è a loro assurda e ferina, sopraffatti da un’esperienza che li trascina giù. Kafka li rappresenta a volte nell’atto di resistere (che è la loro dimensione tragica) o di mettere ordine nello scombussolamento fantastico di tutte le regole e di tutti i principi. In verità non sono finiti al di là dello specchio, come Alice; il mondo che li osserva somiglia anzi moltissimo al loro, eppure, bisogna riconoscerlo, ridonda di solecismi, di piccole deviazioni dal retto accadere tanto che più niente risulta in realtà al suo posto. Ogni cosa li guarda districando un sorriso derisorio, complice - si direbbe - di un brutto scherzo. Essere l’altro dell’Altro è appunto il kafkiano che erompe dalla pagina di Kafka. Ma anche la rappresentazione del loro abbandono, quel movimento che li trascina inesorabilmente alla deriva, alla perdita di sé come soggetti legislatori, il loro consegnarsi alla saliva dell’Alieno (Alius, Alienus) è il kafkiano propriamente detto. Entrare nella Legge non è accedere a una dimensione di più alta conoscenza, bensì più bassa; significa accelerare la condanna, consegnarsi alla macchina penale che ti disfa, significa farla finita insomma, approfondire la dispersione, adagiarsi sulla lingua golosa di quell’Altro Io che, avendo vinto la lotta per il raro prestigio, si è conquistato il diritto di darti una leccatina.



Il tredici maggio 2007

IL PERICOLO DELL’ISLAMIZZAZIONE. Credo che a un tale pericolo non si possa far fronte tentando una demenuitio della figura del Cristo, una risacralizzazione del mondo occidentale o, magari, un’accentuazione della dimensione normativa della religione, in una parola una sorta di “islamizzazione” del cristianesimo. A un tale pericolo, che è pericolo di assorbimento, si risponde semmai opponendovi ciò che del cristianesimo è proprio a lui e a lui soltanto, ossia il Cristo. Facciamola dunque finita con questa storia della radice abramitica. L’Islàm non si oppone all’Occidente crociato per ragioni meramente dottrinali, ma perché l’Occidente ha sostituito la teologia con la sociologia, ha liquidato la società tradizionale, ha posto al centro la persona e si rifiuta di inquadrare il mondo storico in un orizzonte di trascendenza. Il contrasto - per dirla con Henry Corbin - è tra sacralizzazione (’ālam al-qods) e secolarizzazione. Credo pertanto che si debba anzitutto partire dalle linee tracciate dai grandi cristologi degli anni Trenta e Quaranta per i quali Gesù visse sulla terra e, interamente uomo, portò gli uomini a Dio. Credo si debba tuttavia proseguire osservando che Gesù, ó Nazarenós, avendo il Padre nella provenienza, ora è Egli, il Figlio, ossia il succedaneo, quell’Unico che, vivendo sulla terra interamente umano, porta gli uomini a sé e, inventandosi come quell’unica Via di redenzione capace di sottrarsi tanto alle lusinghe della redenzione (mitica) dal ciclo naturale, dal quale in verità non c’è salvezza, quanto all’impotenza del Dio sacrale, cosmico, celeste, provvidente, sommamente perfetto ecc. ecc. che Gesù stesso chiama Padre e che, al pari dei redentori mitici, non ha mai salvato nessuno, è infine Dio, il solo.



Il sei maggio 2007

IL GESÙ DI RATZINGER I. Il Pontefice non poteva certo dire qualcosa di più e di inaudito su questo argomento. Fin dalle prime righe della premessa il Papa chiarisce infatti che il punto d’appoggio su cui si basa questo suo libro (Gesù di Nazaret, Vol. I, Rizzoli, 2007) è il fatto che Gesù è considerato nella sua comunione con il Padre. Questo, secondo Benedetto XVI, «è il vero centro della sua [di Gesù] personalità» (p. 10). Senza questa “comunione” - aggiunge - «non si può capire niente». Non possiamo certo mancare di gratitudine verso un Pontefice che, presentando un lavoro come questo alla sua epoca, non come un’opera di dottrina ma come una riflessione personale, passibile quindi di considerazione critica, offre un’occasione di fatto unica. Ebbene: perché Gesù “di Nazaret” e non, per esempio, Gesù “Nazareno”? e soprattutto, perché la comunione con il Padre è anteposta alla considerazione pura e semplice di Gesù in quanto redentore, emergente, nella sua autonomia, dalla nudità del testo evangelico? Si tratta di due questioni che richiedono uno sforzo interpretativo che supera i limiti di questo spazio e, credo, i miei personali limiti. Intendo pertanto trattarli, per così dire, in punta di piedi e in modo assai diluito. Per il momento, mi limito a osservare qualcosa di molto introduttivo sul primo punto. Immagino che Ratzinger abbia voluto usare l’espressione «Gesù di Nazaret» per sottolineare un qui che colloca Gesù in uno spazio normalmente umano - coniugare il Gesù dei Vangeli con un’ipotesi ragionevole sul Gesù storico è del resto un obiettivo dichiarato del libro. Ratzinger non fa questione della trascendenza di Gesù, la quale è già risolta nella premessa, è il presupposto che rende intelligibile l’intero corpus scritturale. Ecco quindi che quell’appellativo, “Nazareno”, benché ampiamente attestato nei Vangeli, appellativo che pressappoco significa “separato”, non poteva andar bene e gli è stato preferito quello, apocrifo, di “di Nazaret”, che invece significa, a un dipresso, collegato: Gesù è collegato all’uomo e la sua trascendenza è garantita dalla “comunione con il Padre”, la quale è semplicemente presupposta e posta come condizione di intelligibilità della figura del Figlio. A partire invece - posizione altrettanto legittima - dall’appellativo “Nazareno”, otterremmo un Gesù separato, ossia trascendente, di una trascendenza che fa problema e che quindi deve essere spiegata. Allo stesso tempo otterremmo un Gesù collegato all’uomo in quanto nessuno gli può togliere quel suo essere di Nazareth, che, invece, per Ratzinger è proprio ciò che bisogna spiegare. Per il Papa non è la “comunione col Padre” a richiedere una spiegazione, che è anzi meramente presupposta, ma il fatto che Gesù sia un uomo. Più classico di così!



Il ventinove aprile 2007

L’ALTRO È L’INFERNO. Ebbene, se devo risponderle su questo direi che “esistere” significa vivere. Non si tratta di uno stato, di un essere, ma di un intrinseco evolversi; oppure: il modo d’essere proprio di quella cosa speciale che è l’uomo è vivere. Mi chiederà, ora, qual è il senso di questo “vivere” e la mia risposta è che vivere è consumare, consumare il mondo (che è la mia dote) e, al limite, se stessi. Si muore perché ci si nutre del mondo e di sé con ansia autofaga. Se potessimo non nutrirci in questo modo non moriremmo affatto, ma, badi, nemmeno vivremmo, perché, temo, si sarebbe solo ospiti di un altro mondo, di un’altra logica, di un’altra esistenza, come Pinocchio nel teatrino di Mangiafuoco. Si tratta di un punto cruciale, mi creda. È vero, ho detto che gli altri non esistono, ma - chiarisco -, bisogna distinguere gli altri, gli esseri che popolano il mio mondo, i quali sono pesci nella mia rete, compresi quelli che io conosco solo en masse, o per sentito dire, e l’Altro (la cui esistenza è tutt’altro che certa) in quanto irriducibile a questo irretimento. Questi è a me fantasma. Una volta, in preda a un incubo, vidi il volto orribile dell’Altro, sentii che il mondo si rompeva, sentii le sue leggi andare in pezzi, lo sentii sprofondare, percepii lo schianto dell’inversione dei suoi meccanismi interni ed eccomi trasformato in un enorme insetto dentro la sua rete. Da allora vivo con il sospetto di essere spiato. Con gli altri io sono benevolente, ma l’Altro è a me lupo e io rifuggo da lui come peste. Questi, se pure esiste, sta al di là del mondo, è ad esso trascendente. Con questi io non faccio nessuna società, non stringo alcun rapporto. L’Altro è a me spavento puro e semplice, spavento di essere divorato e io non lo incontro mai se non al fondo del mio incubo.



Il ventidue aprile 2007

CENTO CHIODI. Probabilmente il titolo del film porta fuori strada. Quella di Olmi è un’eresia cristologica, come del resto ne stanno sorgendo a dozzine. Nel film di Olmi vi sono elementi di continuità con la dottrina ed altri di rottura. L’apertura del film, cioè l’immagine della biblioteca profanata e quella, più centrale, del monsignore che, in preda allo scandalo, scaccia il “professorino” dal “tempio”, non è un appello a disfarsi dei libri, ma il rimando alla rottura cristica nei confronti di una tradizione ossificata, non più in grado di corrispondere alle aspettative e alla sensibilità dei credenti. La soluzione proposta da Olmi, tuttavia, almeno apparentemente, è un ritorno al rapporto con i semplici. Ebbene, casomai è qui il lato manchevole. Olmi impoverisce l’annunzio deprivandolo del gesto tragico della croce, come se la Philosphia Christi potesse veramente risolversi in qualcosa come un’amicizia sincera. Vi è poi, in Olmi, una sottile linea ereticale, o più semplicemente innovativa, che è l’elemento non banalmente cattolico del film, che consiste nel sottolineare l’unicità dell’annunzio, quel suo esser dato una volta per tutte, il fatto che il Cristo non torna e, secondo, attraverso quell’improvvisa, inaspettata e scioccante inversione del rapporto giustificativo (non più lœuomo deve rendere conto di sé, bensì Dio, e di tutto il male del mondo), la rottura con il Dio della tradizione ebraico-ellenistica. Ebbene, si badi, Dio non può affatto render conto, si tratta di un paradosso, quindi, Olmi, per di qui, vuol far passare qualcosa di inaudito. Ed ecco cosa: Dio, il Dio che esplode come voce nel cielo, il Dio che troviamo all’inizio della parabola evangelica, sul Giordano, e che, alla fine, sul Golgota, si mantiene invece così silenzioso e assente, non ha più ragione di essere; Gesù, il Salvatore, è lui l’unico modo di darsi del divino tra noi, nella realtà storica e nella riflessione filosofica. Quel Dio, il Dio celeste e numinoso, Il Dio Uno e creatore, onnipotente e onniscente, proprio lui non ha mai salvato nessuno, peggio, non ha impedito il male, il male radicale, quello che si riversa sugli innocenti, ecco perché, paradossalmente, deve darne conto. In fondo c’è molto Dostoevskij in questo Olmi, Dostoevskij e Camus e, alla fine, molto più Camus, il Camus che si rifiuta di amare una creazione dove i bambini sono torturati. Ciò che salva dalla gravità del mondo, dalle potenze oscure della tecnica, del denaro, del potere, della scienza, è - sembra dire Olmi - la pace dei semplici, e tale pace, che proviene dall’uomo interiore, consiste nell’abbandono del mondo a se stesso. Tuttavia, se potessi avanzare un’osservazione, direi che la teologia dei semplici, se fraintesa, non è che l’ultima illusione di quel cristianesimo bloccato che pure Olmi vuol criticare; i semplici non sono semplici nemmeno nel suo film - dove però l’equivoco è quasi inevitabile - bensì eterogenei (forse sono loro i chiodi, duri come chiodi, irriducibili come chiodi, incomprensibili come chiodi che si conficcano nei libri che sono il cuore dello spirito europeo). Ciò in cui consiste l’annuncio non è quindi “siate come i semplici”, bensì “guardate la follia che si libera nell’eterogeneo, in essa risplende l’assurdità dell’appello di questo nuovo Dio: il totale abbandono di sé e - sia detto senza riduzioni - lo sdegno della propria persona.



Il quindici aprile 2007

CONSUMO. Nel film di Clint Eastwood Mystic River Sean Penn dice al povero Dave, prima di accoltellarlo, sulle rive del fiume Mistik: «Mi spiace Dave, si muore da soli!». Questa solitudine è tutto. In effetti nascere è un atto banale, l’ esistenza si annida nel morire. Nonostante gli sforzi eleganti e spesso convincenti della stupenda Hannah Arendt, molto probabilmente aveva ragione l’antipatico e per certi versi ripugnante Martin Heidegger: la vita è il morire puro e semplice, il morire come tale. E tuttavia mi pare che sia possibile aggiungere dell’altro. Se la vita, come pura voleva Proust, è una corsa verso la tomba, allora essa è in qualche modo anche il più alto dispendio, il più grosso spreco che si possa immaginare. Nietzsche si esprime pressappoco in questi termini: verrà un giorno - ed è domani - in cui dell’uomo non resterà nessuna traccia, puro evento senza testimoni. Il senso di questo momentaneo rilucere non può quindi essere “morale”, un tale senso deve risiedere nel lucore stesso, nello scintillio, nello spegnersi, nell’improduttività di quella fiammata che noi già sempre siamo. Tolta quindi l’ipotesi della produttività, perché ogni opera è destinata al fumo, non resta che la sovrana solitudine del consumo.



L’otto aprile 2007

INFEDELTA'. Ancora sulla fedeltà e sull’infedeltà delle traduzioni (vedi sotto Cattivo sangue). Ebbene io sono un ladro, un cattivo soggetto, un traditore, un cane, a volte mordo persino il mio padrone. Se si concentra abbaio per distoglierlo da quegli oggetti masticabili che tiene sulle ginocchia, per ore, guardandoli fisso - credo che sia stupido - oppure gli lecco le mani, ma solo per farmi buttare qualche bocconcino di cacio in pastelletto. Se mi allenta la briglia prendo il volo e non mi faccio acchiappare anche se, alla fine, ritorno. Già! Lui mi assesta ceffoni, ma io me ne frego e la prossima volta farò lo stesso. Scappo, me ne vado libero, su e giù, in cerca di odori, sono un assaggiatore superbo, tutte le merde che incontro ci ficco il naso, bevo dalle pozzanghere - cosa che lo imbestialire - e sbrano ogni sorta di putridume. Che animale fedele, che delizia, datemi del Cracovia e sarò il vostro zimbello, danzerò sulle zampe posteriori. Come ridono questi insipidi bipedi glabri dal brusio indecifrabile quando gli propongo questo numero; ci vuol niente e io mi faccio, di loro, un tiepido cuscino nelle notti di temporale.



Il primo aprile 2007

L’UNICO. Incontro alla morte si va soli. Un evento incondivisibile. Sicché io sono l’unico moriente. Ma se l’esistenza è il modo d’essere proprio del mortale in quanto mortale, allora io sono anche l’unico esistente. Io sono quindi l’Unico. Non si tratta di un’affermazione supponente, ma di una scoperta dolorosa: gli altri propriamente non muoiono, degli altri - propriamente - bisogna dire che mancano, che mi mancano. Non esistono? Già, propriamente non esistono. Gli altri - gli altri esseri, le cose, la mia stessa immagine - ovviamente sono tutto per me, non altro che tutto quant’altro vi sia di essenziale per me oltre me, ma, propriamente, niente al di là di me esiste. Nel suo complesso il mondo è la mia ricchezza, la mia dote, ciò consumando il quale, e grazie al quale, io vivo. Insieme siamo l’Unico, cioè l’ingiustificabile, il gratuito, l’originario. Io esisto, cioè muoio; il mondo, come la luce e il calore per la stella, è la mia dote, cioè si consuma, si spegne.



Il venticinque marzo 2007

SFIDATO! Che cos’è un concetto? Che sarebbe questa “espressione concettuale del sé” di cui questo signore (vale a dire il sotto- o soprascritto) si imperla tanto volentieri il mento (vedi qui sotto, 4 febbraio 2007, il frammento Interminabile)? Giusto, che sarebbe? Ecco allora che sarebbe: direi l’orma tridimensionale, impressa dal sé, mediante un movimento totale, nel mezzo della scrittura. Il sé è inestricabilmente sôma e psyché e assomma in sé le dimensioni dell’uno e dell’altra, dell’anima e del corpo. Un movimento totale del sé sarà pertanto un movimento nutritivo-sensitivo-intellettivo. Il mezzo è la scrittura. L’impronta è l’immagine in negativo di una sezione temporale del flusso psicosomatico. Pulsioni, volizioni e calcoli riordinativi che rinviano a stati nutrizionali, complessi sensitivi e afferramenti astrattivi. I concetti non fanno conoscere nulla del mondo. Un concetto non è che un crittogramma pulsionale-volitivo-razionale che, una volta decifrato, restituisce uno stato nutritivo-sensitivo-intellettivo del sé. I filosofi non parlano che di se stessi, proprio, e ciò significa: quando parlano non fanno che imprimere nella scrittura non già il senso del mondo - ché il mondo non ha alcun senso -, bensì, in forma crittografata, le loro nausee, le loro allucinazioni e le loro perversioni necroscopiche.



Il diciotto marzo 2007

L’IMPLOSIONE DELL’UNIVERSO. Non si può immaginare l’effetto prodotto da Baudrillard, al suo apparire, in Italia, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sulla declinante koinè marxista. Baudrillard portò nel nostro paese una ventata di euforia iconoclasta, provocò il riso, e l’indignazione, molto più di quanto non seppe fare un Michel Foucault. L’effetto Baudrillard fu una conseguenza della saturazione da iperattivismo politico, niente da dire: impegno, partito, movimento, tutto è politica, Baudrillard stesso non era che una voce confusa in questo fervore crepuscolare. Fatto sta che all’improvviso, nel 1977, questa voce emerse, solitaria e irriverente, contro l’estasi discendente del socialismo. Importava soprattutto - bisognerà pur dirlo - lo snocciolare frizzante di categorie, il proliferare di concetti, spesso fascinosamente oscuri, con i quali Baudrillard delineava il quadro apocalittico di un evento già accaduto: la fine della storia, della logica dello scambio, della produzione, del politico. La rivoluzione era derubricata a fatto paleologico e Marx stesso assorbito nella sfera di autorivelazione del capitale. Di colpo la scena veniva spostata in avanti, dopo la catastrofe, in un’epoca semiurgica, postindustriale e, paradossalmente, almeno per noi, almeno per me, più libera. Ad averla resa tale - questa la novità - il capitale stesso. Il capitale, per poter funzionare, aveva liberato i segni - strato più originario di quello delle merci - dall’obbligo di dover indicare qualcosa e, una vota liberati, eccoli a vorticare come in una grande giostra, in una grande lotteria poetica, dove gli uni e gli altri si scambiavano sempre e solo tra di loro e mai col reale. Il reale - la contraddizione, l’insurrezione, la rivoluzione - era scomparso. Questo è ciò che Baudrillard chiamò implosione, un gioco simulatorio che si sostituisce al reale riuscendo tuttavia meno drammatico e impegnativo: sondaggi e consultazioni invece di militanza e lotta armata, effetti speciali e atmosfere invece di sommosse e bollettini di guerra. L’evento, la catastrofe già accaduta, non era la rivoluzione, ma l’implosione dell’universo del senso, la rottura della forza fondamentale che fissa gli opposti concettuali e ne ipostatizza i termini: né amici né nemici, semplici con-dòmini; né êtrenon-être bensì transito, passaggio, destra e sinistra, religiosità e ateismo, occidente e oriente, non si trattava più di riconoscersi in qualcosa, non ci si riconosceva più, non ci si voleva più riconoscere, ci si abbandonava estaticamente al transito: viaggiare, cambiare situazione affettiva, giocarsi in più mestieri, moltiplicare le identità, questa fu la nostra situazione nel corso degli anni Ottanta. Nello stesso tempo svaniva il dramma della perdita di senso che ciò di solito comporta; la vertigine veniva sostituendosi al significato, la moltiplicazione dei passaggi al valore, la logica della seduzione alla logica della produzione. Baudrillard non produsse un effetto di semplice svecchiamento, ma di brusco risveglio, e non fu un risveglio dal sonno della ragione, ma dall’inattività teorica: si tornava a pensare, anzi, il pensare tornava ad essere l’attività che crea i concetti anziché la passività che li conserva puri o rivisitati. Baudrillard è morto il 7 marzo 2007 all’età di 77 anni.



L’undici marzo 2007

MI TOCCA. Voglio spingere all’estremo questo dramma, questa durezza, questa irriducibilità dell’esistenza tanto da farla solo mia. L’esistenza mi tocca, ossia mi compete, ma anche, non mi lascia, mi inquieta fino all’angoscia, fino alla disperazione; mi tocca e tocca me, proprio me; mi ha scelto, come il patibolo quando si tratta di salirne gli ultimi scalini. Sicché quando tocca te, ebbene ti tocca, tocca proprio te e nessun altro, e tu sei solo in ciò che ti tocca, e non c’è altri con cui dividerlo, e ciò che ti tocca in questo modo è solo il morire.



Il quattro marzo 2007

CATTIVO SANGUE. Rimabud dice: «Dei miei antenati Galli ho l’occhio blu e bianco, il cervello ristretto e la negligenza in battaglia. L’abbigliamento, il mio, è barbarico – oh sì, trovo – almeno quanto il loro, solo non mi ungo i capelli. I Galli erano scuoiatori di bestie e dissodatori di campi, i più inetti del loro tempo. Di loro cos’altro ho: l’idolatria e il piacere del sacrilegio, la magnificenza della lussuria – già! Tutti i vizi: collera, lascivia e, soprattutto, menzogna e indolenza. Ho in orrore tutti i mestieri. Artigiani e manovali, contadini vari, ignobili. La destrezza nel vergare di penna vale la destrezza nel menare la zappa. – Che secolo di destreggiatori! – Io sarò sempre un maldestro. Inoltre, l’educazione chissà dove porta. L’onestà del mendico mi snerva? Il crimine mi repelle quanto il castrato. Io sono intatto, sì, ma non è lo stesso?». [Traduzione mia].



Il venticinque febbraio 2007

UNA NOVITÀ LETALE. Con il libero esame ogni singolo credente è posto nella condizione di estrarre, in un colloquio solitario con il Dio dell’interiorità, una visione propria del compito, un’immagine propria del divino. La chiesa, il clero, il principio dell’autorità pontificale ne risultano annientati. E si può capire qui il furore della Chiesa Maestra: tante interpretazioni quanti lettori - è pura follia! Eppure, questa follia è l’unica novità teologica che, dopo che Francesco ebbe introdotto, nel XII secolo, la pratica dell’imitazione radicale come fondamento dei fondamenti della Sacra Dottrina, sia apparsa sulla scena del cristianesimo. Il libero esame polverizza la comunità e distrugge l’idea stessa di chiesa, brucia ogni magistero che non sia quell’unico che, allogato nell’interieur, ammaestra direttamente ogni singolo. Ciò non lascia tuttavia tranquille nemmeno le comunità evangeliche, nel cui seno tende a riprodursi, per quanto mitigata, un’idea di magistero, di interpretazione consolidata e, per di più, con valore identitario. Non so se il libero esame ammetta gruppi, se ammetta accordi, se fomenti condivisioni, di certo davanti alla morte si è soli e, così pare, davanti al Salvatore pure - assunto anche cattolico -, ma ci si è con la propria visione del compito, con il proprio colloquio, non con quello di Ruini.



Il diciotto febbraio 2007

CLINICA DEL SÉ E CURA DI SÉ. Più che un’interpretazione del mondo, la filosofia è un’interpretazione del sé (è questo il “mondo” che essa propriamente interpreta, sempre e solo questo). Più che una trasformazione del mondo essa è un cura di sé (il mondo che la filosofia può trasformare è sempre e solo questo). Comunque la si rigiri essa resta inchiodata all’assunto nietzschiano secondo cui pensare (filosoficamente) richiede sempre la messa in opera di una semiotica pulsionale, di un’ermeneutica dei propri stati valetudinari e, al limite, di una stoica cura di sé (del sé come esso è dato in questi stati). Il filosofo conduce un viaggio nel Maelström della propria sragione e, insieme, l’intrapresa di una rigorosa edificazione del proprio sé oltre-di-sé. Una clinica del sé e una pratica di costruzione di un oltre-sé - ecco che cos’è la filosofia. Per questo penso che i grandi filosofi moderni, più che i Cartesio e i Leibniz, siano i Francesco d’Assisi e le Teresa d’Avila. I primi hanno creduto di interpretare l’autentica natura del reale, senza sapere che non parlavano che di se stessi; i secondi hanno saputo elevarsi fino a negare se stessi attraverso una disciplina feroce, capace tuttavia di spingerli oltre la condizione media dell’uomo.



L’unidici febbraio 2007

IL DIRITTO E IL ROVESCIO. Che cos’è un diritto prima di diventare tale? Beh, direi, anzitutto esso è un arbitrio. Ciò, ovviamente, dal punto di vista dello Stato di diritto, mentre, absolute considerato, esso non può essere che una libertà. L’arbitrio, diciamo così, è la libertà considerata nell’ottica del Diritto. Ciò che la Stato fa quando interviene su un arbitrio, che non è - si badi - un abuso, un crimine, un’infrazione, non ancora almeno, ciò che lo Stato fa, è una bonifica dell’arbitrio, la sua trasformazione, per mezzo di una scrittura legislativa, in un meccanismo passa/non-passa (questo sì/questo no) da introdurre poi, organicamente, nella macchina giuridica. Un esempio di questa attività bonificatrice è data dalle recenti questioni intorno alle unioni di fatto: lo Stato bonifica un arbitrio (unione de facto) trasformando una liberta (il factum) in un diritto (unione de jure). Ovviamente l’unione-di-fatto non è sussunta puramente e semplicemente nella sfera del diritto, essa è scomposta in un serie di interruttori che aprono e chiudono le parti di un circuito, il cui funzionamento si chiama ora “realtà giuridica delle unioni di fatto”, o, per essere più precisi, “realtà giuridicamente bonificata di ciò che un tempo era l’arbitrio delle unioni di fatto”. Il fatto delle unioni libere, prive di qualificazione giuridica, cancellato nell’operazione di bonifica, si qualifica perciò come il rovescio del diritto.



Il quattro febbraio 2007

INTERMINABILE. Mio dio, che ardimento! Ecco cosa mi viene in mente: la filosofia è contemplazione del mondo? Oh no! Il tentativo - lo dico solo per amore di completezza - di trasformarlo in qualcosa d’altro? Nein! Essa è l’espressione concettuale del “sé”. E non sarebbe già tanto? Ma il “sé” non è qualcosa dato una volta per tutte. Io me lo figuro come il fondo di un caffè continuamente riconsultato: si sospende e riprecipita, ecco tutto! Ogni configurazione è casuale. La filosofia cerca le regole, costantemente rimosse e negate, che di questo casuale fanno un prospettiva sul “sé”. Regole inafferrabili, o meglio, date solo al limite di prospettive indefinitamente prospettabili.



Il ventotto gennaio 2007

RAREFARE L’ESPERIENZA. Un paesaggio non è niente prima di incontrare il mio sguardo. Non è così anche per il semplice altro uomo? Egli non è nulla prima che io lo incontri. Non che io crei il mondo, almeno non consapevolmente, esso mi è piuttosto dato, una sorta di totalità virtuale, ma i particolari, i soli di cui io sappia qualcosa, cominciano ad esistere solo dentro il mio sguardo o, quantomeno, dentro la mia bocca. Il mondo è, diciamo così, per me anche se non è a mia disposizione; eppure, incontrandolo, non faccio che consumarlo, anzi, “consumarlo” è propriamente il significato di “incontrarlo”. Non appena lo incontro ecco che comincio a masticarlo, a digerirlo, mentre vorrei piuttosto conservarlo. Paradossalmente, la possibilità che esso ha di conservarsi - sia pure non altri che per me - è direttamente proporzionale alla mia sazietà. Sicché moltiplicare le esperienze è il modo più sicuro per distruggere il mondo, con maggiore e più spiccata voracità. Quindi è solo attraverso una rarefazione dell’esperienza che il patrimonio potrà mantenersi intatto - quasi intatto. Prima si muore tanto più pingue il patrimonio, addirittura principesco, addirittura fiabesco. E non sta qui la gloria del morire giovani? Gloria e godimento sono degli opposti - per questo anche nella clausura c’è molta gloria: bruciarsi nel fiore degli anni. Morire è glorioso, morire subito più glorioso, morire lasciando tutto è la gloria più grande. Anche Reb Yesuha ben Mariam dice al ricco: lascia tutto - cioè muori al mondo e a te stesso - e seguimi, così avrai la gloria. Occorre un sacrificio enorme, occorre un dispendio impari.



Il ventuno gennaio 2007

SPRECARE LA SCRITTURA. “Sprecato”, gentilissimo signore? Lei dà troppo poca importanza a certi passi dei miei brevi scritti dove si parla dello spreco come sostanza. Lo scintillio è tutto, se lo lasci dire. Ci sono, ovviamente, molti modi di scintillare. Vi sono modi superficiali e modi profondi, alcuni possiedono una radicalità inaudita, quello dei santi che sacrificano la loro vita è profondo, quello degli assassini senza motivo - anche loro sprecano la loro vita - è radicale. Ebbene, il web non è certo un modo di comunicare o di potenziare la scrittura, è piuttosto un modo di sprecarla, non crede? e questo spreco - richiamo la sua attenzione - è un gesto sovrano. Che cosa potrà mai pareggiarlo? quanto servizio bisognerà rendere prima di ottenere un grado così alto? Spendere la propria scrittura, anzi sprecarla, è perciò l’unico modo di ottenere che essa ci appartenga, anzi, che noi ci apparteniamo. Si tratta quindi dell’assolutezza con cui disponiamo di qualcosa e, al limite, di noi stessi; del fatto che tale disponibilità è illimitata, che è anzi così incondizionata e sovrana che, quella cosa, possiamo persino bruciarla, farne fiamma, anzi luce, che dico, luccichio.



Il quattordici gennaio 2007

DEMONSTRATIO. È possibile dimostrare la fede per mezzo delle scritture? Le scritture possono al più sostanziare la fede, cioè manifestarne il contenuto, ma la dimostrazione, quella può avvenire solo attraverso un mostrare che si rivolge al come si vive la fede. Se però, per mostrarmi il “come” tuo, tu cercassi di trasferirmi certe tue esperienze mistiche, ecco che si ricadrebbe nella difficoltà iniziale, perché il sentimento è instabile e niente del suo significato può trasmettersi se non minimizzandosi: tanto più diminuito è il suo significato (fino al pressoché nulla), tanto più comunicabile. Eppure, se non intendo male, dimostrare la fede ha un’importanza decisiva per il cristiano e tale dimostrazione, che è un mostrare, riguarda il grado di imitazione che, di volta in volta, si riesce a realizzare: tanto più accanita è l’imitazione (del Salvatore), tanto più inconfutabile la dimostrazione che ne deriva. E questa è la via di Francesco d’Assisi, il quale non elaborò alcuna teologia patente e che tuttavia ci ha lasciato qualcosa che potremmo definire una teologia dell’imitazione e, insieme, dell’esposizione radicali. Ebbene, tale “esposizione” è un lasciar vedere se stessi nell’atto di approfondire l’imitazione e, si deve aggiungere: solo l’esposizione, cioè il darsi a vedere mentre si affonda nell’imitazione, è atto capace di dimostrare la fede. Ovviamente, niente è più difficile, paradossale e raro di questa imitazione sovraesposta, e tuttavia, a me sembra, non siano lasciate molte alternative al cristiano - le citazioni non servono la causa della dimostrazione e la dimostrazione è tutto.



Il sette gennaio 2007

ANTROPOLOGIA DEL NEMICO. Da più di mezzo secolo l’Occidente si è privato di una più efficace teoria del “nemico”. Vi fu un tempo in cui il nemico vinto veniva passato per le armi, ed era un atto di pietà, oppure, con maggior ferocia, veniva tratto in schiavitù. La parola “schiavitù” oggi, giustamente, ci ripugna. Non ci ripugna invece tradurre il vinto davanti a un tribunale, alla maniera di Danton e di Bucharin. Il nemico è oggi compreso sotto la categoria del criminale. Si tratta di una giuridicizzazione della guerra e, insieme, quando il processo prende una piega inquisitoriale, di una teologizzazione dei rapporti internazionali. La possibilità di provare pietà per i vinti era legata alla tragicità della guerra; il condurli a morte dopo avere estratto da essi il criminale e il démone esprime invece il grado zero della pietà. Tragica è la guerra, non la giustizia; la giustizia, di stato o di chiesa, è sempre impietosa e si abbatte sempre su un negativo rigettato e incommensurabile. I processi contro i vinti hanno, a partire da Norimberga, per quanto ripugnanti essi fossero, lo scopo implicito di dimostrare che il nemico è un mostro e, quindi, che l’intervento contro di lui era giustificato. E siccome il nemico è sempre Satana, o noi, collaborando col bene, sterminiamo lui o, collaborando con il male, lasceremo che sia lui a sterminare noi - non c’è scampo, non c’è pietà possibile. Al posto di un’antropologia del nemico ci ritroviamo oggi con una Internatioanale Polizeiwiessenschaft da un lato e, dall’altro, con una irriducibile teologia dell’inimicizia. Il nemico non lo si vuole semplicemente battere, lo si vuole dannare.



Il trenta dicembre 2006

TRADUZIONE/TRADIMENTO. Sento un amico, uno scrittore, un professore che, con riferimento alla mia traduzione della poesia I corvi, di Arthur Rimabud (3 dicembre 2006; cfr. anche Traduzioni, 2 dicembre 2006), mi dicono che avrei tradito il testo, la sua santa letteralità. Ecco invece cosa ho cercato di mostrare: un Rimabud diciottenne, forse sedicenne, che fa del corvo - il funereo uccello nero, il famelico divoratore di carni morte - l’animale filosofico par excellence. Roteando sui sepolcri, rondando con i morti, il corvo diventa capace di accendere, nel viandante, quel movimento del rammemorare che, abbiamo appreso (se non altro in vent’anni anni di accanito heideggerismo), è il movimento stesso del pensare. E che cos’è che il corvo conduce davanti alla mente del viandante nel pensiero? Ebbene, il semplice fatto che l’esistenza scivola nel nulla. Certo, ho distrutto la capinera facendone un fiore, una corolla dai neri capi increspati, ma ho salvato il corvo, no! Che nella mia versione è appunto l’istigatore del pensiero e non un semplice imbonitore del dovere (devoir). Ahimè, il dovere! Il dovere lo posso ammettere solo come dovere del rammemorare e, quindi, del pensare. E poi... «l’animale filosofico par excellence»... Non è un azzardo? Un irriverenza? Non è, questo che dico, un che privo di buone maniere filosofiche? Non manca della giusta educazione? Non è questo stesso mio Rimabud un esempio di quel pensiero che, a metà degli anni Novanta, definii, appunto, “selvatico”? Infine una nota per il professore. In tanti anni di smarrimenti ideologici mi sono tenuto ad alcuni principi, pochi in verità, uno dei quali è che tradurre è tradire e tradire è un infinito verbale la cui voce sostantivata fa tra-dizione; che la “letteralità” è soltanto un altro modo di tradire il testo e che, se è vero che un testo è compreso solo quando ha perso la sua straniante alterità e si è trasformato in qualcosa che palpita al fondo del nostro sistema nervoso, allora ogni lettura, ogni lettura degna di questo nome, è un “tradimento” e tuttavia: «Il m’est bien evidént que j’ai toujours été race inférieure. Je ne puis pas comprendre la révolte. La mia razza non si sollevò mai se non per depredare: come i lupi con la preda che non hanno ucciso».





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