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This is the End


mercoledì trentuno dicembre 2008

NEVE. L’altra notte ha nevicato e al mattino era tutto meravigliosamente invernale. Ma la neve è rara da noi, anche se viviamo tra le montagne. Il fatto è che siamo situati troppo in basso, nel profondo della valle. Dopo la neve sicché viene la pioggia nera che trasforma il candido bianco e la lenta vita in marciume moccioso e vorticoso. Si vorrebbe non uscire di casa, rincantucciarsi tra carte, libri e tazze di tè, ma l’odioso lavoro è incorrompibile e persino le piccole incombenze quotidiane, che in verità tormentano le nostre esistenze, quest’oggi appaiono singolarmente odiose. Con scarpe inadeguate usciamo nella guazza, non senza esserci sbarbati di malavoglia.

 
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Domenica ventotto dicembre 2008

PRECESSIONE DEI VALOR STORICI. L’ordine della creazione - dice il Papa - va rispettato (Udienza del Santo Padre ...). Ma la creazione, ossia l’idea secondo cui vi sarebbe un creatore, non è che un’opinione. Il fatto che l’evoluzione sia anch’essa un’opinione non confuta, bensì rafforza, l’evidenza che anche la creazione è un’opinione. Sicché il Papa chiede che venga rispettata nient’altro che l’opinione del Papa. Ma Benedetto XVI non si accontenta che vi si conformino i cattolici, vuole che lo facciano anche i politici cattolici, i giudici cattolici, i medici cattolici, gli infermieri cattolici, in quanto cattolici e come politici, giudici, medici e così via. L’opinione del Papa, a detta del Papa, deve cioè penetrare il sistema dei poteri e delle professioni per determinare, dall’interno, la forma delle istituzioni. Ciò che non deve accadere è che un medico, un giudice, un politico non credenti possano imprimere alle istituzioni delle forme mis-credenti. Un’altra opinione del Papa è infatti che politici, giudici e medici cattolici, facendo interagire il loro pensiero professionale con la loro opinione religiosa, vengano esercitando la retta ragione. I non credenti - benché convinti che il loro pensiero professionale sia libero da condizionamenti - fanno in realtà dipendere le proprie scelte formanti dall’opinione ateistico-relativistica epperciò essi esercitano la ragione in modo del tutto errato. Può darsi che ateismo e relativismo siano idee sbagliate, ma anche questa non è che un’opinione. Ed eccone un’altra: credere alla creazione è ciò che fa dei cattolici i simili agli islamici. Ritenere che la modernità suborni l’ordine della creazione è ciò che li fa simili all’islamismo radicale. Pensare che si debba fare qualcosa di politico per preservare l’ordine della creazione è ciò che li avvicina, vertiginosamente, a certe manifestazioni di intolleranza proprie di talune tendenze interne all’islamismo. Rifiutarsi di prendere partito contro la pena di morte se comminata agli omosessuali (magari perché questi contraddicono, fosse anche con un atto di volontà perversa, l’ordine della creazione), benché si tratti solo di un atto negativo, di una semplice non-adesione, getta una luce sinistra sul quel punto oscuro che il cattolicesimo sembra avere in comune con quel lato dell’islamismo che ammette la possibilità di gesti estremi per preservare l’ordine della creazione. Che qui si tratti di cattolicesimo radicale è appunto ciò che si vuol mostrare. Anche lo scrivente ritiene che vi siano dei principi non trattabili. Egli ritiene però che a fissarli sia l’esperienza storica, non l’opinione teologica. Così, per esempio, egli pensa che l’eguaglianza biosferica di tutte le razze, di tutte le specie e di tutte le morfologie preceda, sul piano ontologico, l’ idea secondo cui l’agire politico sarebbe dettato direttamente da Dio. Quest’ultima opinione, in auge fino a qualche secolo fa, è stata infatti delegittimata dalla lezione storica.

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Natale 2008

PREMONIZIONI. Mi chiamo Y., sono cresciuto con la premonizione strana e terribile che qualcosa di potente fosse nell’imminenza di prodursi attraverso la mia fragile vita. Da piccolo non suscitavo simpatia o tenerezza come tutti i piccoli nei grandi, ma un timore vagamente dissimulato. Grandetto, un giorno mi allontanai da casa spingendomi oltre il fiume che divide la città bassa da quella alta. Io, figlio di quell’uomo acquiescente e di quella donna misteriosamente ardente, mi spinsi verso la città vecchia dove mi capitò di osservare le merci e i mercanti, i mendicanti e i ladri, gli esattori e le puttane, il brulichio della vita intorno all’edificio più rappresentativo della città. Fu così che venni colto da una specie di incendio nel retro della testa. Voglio dire, quella vita repellente produsse in me qualcosa di feroce, risalente lungo la dorsale, che mi azzannò il frutto galleggiante nel cranio. Sicché annebbiai. Dunque corsi con gli occhi chiusi. Superai, credo, la cinta e i giardini, superai i gradini primi e secondi, superai il grande andito lucente e, cieco, fui nel buio, nel fresco, sacro buio che diede calma al fuoco che ardeva lassù, nell’organo superno. I miei genitori dovevano essere in pensiero, non lo nego. Mi fu detto che i parenti mi cercavano. Allora corsi fuori. Non che mi cercassero nella sinagoga, si intende, ma nella nostra città tutte le strade portano lì. Fu così che li incontrai e i grandi mi mossero rimprovero e i piccoli saltellando chiedevano: dove sei stato? dove sei stato? Pensai: che vogliono, non sono forse grande abbastanza per fare da padre a me stesso? Dovettero, credo, leggermi qualcosa in volto perché mia madre si coperse il viso con le mani e mio padre impallidì, parole morirono, tremando, sulle sue labbra, quindi indietreggiò e, volgendosi, nello strepito della città prese la via del ritorno. Tutti gli andammo dietro, naturalmente, io tra i fratelli e la madre ultima. Calma ritornava tra la spina e il cerebro. E mentre i piccoli mi toccavano le mani, i lombi, l’addome, vidi alcune chiare nubi all’orizzonte e pensai che forse sarebbe piovuto. Dissi «pioggia» e, in breve, ma senza merito, fu pioggia grande. Tutti allora fuggirono.

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Domenica ventuno dicembre 2008

LA VORAGINE. La notte, di tanto in tanto, mi sveglio e, sulla parete in fondo, tutto a sinistra, una voragine si apre. Non è sicuro che che io la veda veramente. Certamente ne sento l’oscura minaccia. Il mattino annuncia una giornata fiacca, anzi fiaccata dai continui risvegli notturni. La voragine, alta dal pavimento al soffitto, è rettangolare e non irregolare come, poniamo, l’ingresso di una grotta o una parete sfondata. Ora accade che venga con me tutto il santo gorno, viene a colazione, poi in laboratorio, quindi in refettorio, la porto negli angoli degli oculi. La sera, dopo la preghiera, ormai assuefatto, ricordo con distacco che l’acciaio fonde a mille e ducento gradi e che di notte, una volta, una voragine si aprì nella mia stanza. Coricondomi penso: e se anche stanotte la voragine volesse aprirsi? Il letto mi accoglie con un tremito.

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Domenica quattoridici dicembre 2008

ASFISSIA. Non telefonatemi, è maleducazione entrare nelle case della gente senza farsi annunciare. E nemmeno bussate alla mia porta perché non ho servitù e nessuno si precipiterà all’uscio chiedendo «chi è?». Del resto io, in casa mia, mi aggiro come un lupo, col pelo irto, i denti nauseabondi, depositando disordinatamente, qui e là, pensieri infami. Neppure crediate che scrivere una lettera, affidandola al servizio postale nazionale, possa costituire un buon sistema per comunicare con me. La posta può coprire spazi immensi in tempi assolutamente effimeri e aprire una busta non posso farlo mai se non col batticuore. Direi che affidare un messaggio a un amico, magari a viva voce, correndo così il rischio che il messaggio si corrompa, è senz’altro il modo migliore per non urtare la mia suscettibilità. I messaggi che ricevo devono aver perso ogni attinenza con l’immediatezza e con l’urgenza, ecco. Un messaggio è ben accetto solo se mi informa di fatti e considerazioni ormai inutili. Meglio di tutto è ricevere il messaggio di un morto. Anche la richiesta d’aiuto di un amico, ebbene verserò delle lacrime, anche se è questione di vita o di morte, ebbene sarò mesto e mi dirò: «vergogna!», purché arrivi tardi, quando l’amico, ormai morto, non avrà più bisogno di me. Metterò la missiva sul tavolo e non la perderò di vista. Il tempo che ci separa sarà così, finalmente, inviolabile.

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Domenica sette dicembre 2008

HEIDEGGER E IL NAZZISMO. Una volta, negli anni Ottanta, Victor Farias scrisse un libro, Heidegger e il nazismo (Bollati-Boringhieri, 1988), che tentava di liquidare la lezione del grande pensatore tedesco perché nazista. I termini del suo argomento sono stati poi ripresi, sempre allo stesso modo, da tutti i detrattori di Heidegger: Heidegger è stato nazista? Solo l’uomo o anche il pensatore? Il pensatore non ha ceduto all’uomo? Può il pensatore non aver ceduto all’uomo che costitutivamente è? Ne parlo perché ho scoperto un saggio on line di Roberta De Monticelli dal titolo Contro Heidegger che riassume sì le diverse posizioni ma, alla fine, senza troppo rigiri, si accoda a quella degli anti-heideggeriani. Credo tuttavia che sarebbe più utile porre una domanda di questo genere: poiché Heidegger fu nazista, è filosoficamente più rilevante liberarsi di lui con un gesto sprezzante o misurarsi con la “grandezza” di ciò che si rifiuta? Voglio dire: è più giusto respingere Heidegger o interrogarsi sul rapporto tra nazismo e spirito europeo? Del resto è possibile applicare all’interrogativo con cui la De Monticelli mette a nudo la deriva logica degli heideggeriani-nonostante-tutto (Heidegger non fu nazista; se lo fu, lo fu solo come uomo e in modo transitorio; se lo fu continuativamente tale adesione è irrilevante ai fini di una valutazione del suo pensiero), l’interrogativo sulla cosiddetta irrilevanza per il pensiero delle scelte politiche dell’uomo, il suo stesso rilievo critico: il nazismo, visto che c’è Heidegger, fu una pura follia demonica, una deviazione inattinente allo spirito europeo, o qualcosa che aveva in esso salde radici? Ossia, visto che Heidegger è tutt’altro che irrilevante per la storia del pensiero europeo, siamo sicuri che proprio il nazismo non giochi un ruolo rilevante e ancora inesplorato nel presente spirituale dell’Occidente tutto?



Domenica ventitré novembre 2008

AUTO DA FÉ. C’è differenza tra la domanda: «sei per la vita o sei per la morte?» e quest’altra domanda: «sei per pretendere una morte tormentosa o per consentire una fine alleviata?». Di fronte alla prima domanda siamo tutti per il primo corno, ovviamente, tutti per la vita. Il problema sorge con la seconda domanda: «siamo per il tormento o per l’alleviamento?». Difendere la vita è difendere la sofferenza? Se un uomo subisce tortura e tormento, ucciderlo, per sottrarlo a tormento infinito, è omicidio? I militi che spezzarono le ginocchia, con orrendo colpo, ai crocefissi, procurando loro morte istantanea, commisero quel male che chiamasi omicidio? Sarebbe stato più giusto lasciarli altre due mezze dozzine d’ore a soffocare lentamente nel vomito e nel sangue, a sbrindellarsi i muscoli, a slogarsi ogni ossicino? E strangolare un condannato alla morte per fuoco prima di abbandonarlo alle fiamme, come in qualche caso, pietosamente, avveniva, era atto colpevole? Sarebbe stato più giusto lasciarlo lì a lessare, a gonfiarsi, a cuocersi, ad arrostirsi, ad accartocciarsi e ad urlare? Che aveva il fuoco da aggredire più dopo lo strangolamento se non un mucchietto di cenci senza vita, certo, c’è più gusto a strappare la vita poco a poco, sfarinandogli il corpo strato a strato a quel condannato. Erano i fasti dell’auto da fé. Il problema, evidentemente, lì non era il dolore, il problema era la purificazione, si capisce. Soffrendo l’uomo si fa più simile a Dio, più degno di Dio, più utile alla causa di Dio. Ma io, io, Ich hab’ mein’ Sach’ auf Nichts gestellet, ho posto la mia causa su nulla. Per me il problema non è la purificazione, ma il dolore, il dolore e la pietà, il dolore e la compassione, il dolore e il suo alleviamento, per me il problema è il dolore e, da ultimo, il nostro infinito bisogno di consolazione.



Domenica due novembre 2008

CRISI DELLA FILOSOFIA. Se un prelato dice al filosofo di riconoscere sì senz’altro la libertà di coscienza ma di respingere l’autodeterminazione, l’etica fai-da-te, il filosofo non può rispondere: Kant dice questo, Agostino dice quest‘altro e le Scritture, rettamente intese, dicono quest’altro ancora. Sarebbe come se al fisico che dice che il piccolo contiene il grande e che la materia è a volte onda e a volte massa, cioè corpo, il filosofo rispondesse: ma Aristotele dice questo, Democrito quest’altro, Euclide non consente al piccolo di contenere il grande e così via. Dal filosofo, almeno dopo certe esperienze maturate nella modernità, ci si aspetterebbe una discussione di altro tipo: se tu, prete, respingi l’autodeterminazione, allora io respingo tutta la libertà: di coscienza, di agire, di scegliere e perfino di essere. L’uomo non può essere considerato responsabile di nulla, né per il suo essere né per i suoi motivi né per le sue azioni né per i suoi effetti. La libertà di coscienza, il libero arbitrio, sono pure illusioni. Se però il filosofo è cattolico, il che, a rigore, non dovrebbe darsi, allora è chiaro, questi non potrà che strapparsi le vesti, dichiararsi scandalizzato. Ma questo è appunto ciò che farebbe il prete. Se vi fosse libertà di coscienza questa sarebbe identica all’autodeterminazione e, se vi fosse autodeterminazione, vi sarebbe anche responsabilità personale, ma poiché l’uomo non è libero egli è anche privo di quella responsabilità sulla quale non solo il cristianesimo, ma anche i sistemi giuridici fondano l’assolvibilità e la condannabilità dell’uomo. Nessuno dei due sistemi, infatti, è quello che dice di essere.



Domenica diciannove ottobre 2008

CRUX UNICA SPES. Più ci penso più mi convinco che la soluzione al groviglio teologico del cristianesimo non possa che passare per la reinterpretazione di Dio come opera anziché come essere. Certo, a quest’opera sono connessi e necessari degli esseri, il Maestro, anzitutto, e poi i suoi emuli. Questi sono i grandi Santi. La santità richiede la discesa agli inferi - è per questo che i grandi santi sono anche grandi tormentati. Parlo dell’inferno dell’eterogeneo. La discesa nell’eterogeneo è l’emulazione stessa. La Kenosi è il modello simbolico di questa discesa. Tale discesa richiede la fede, non è una scelta razionale, qui si va incontro alla spoliazione, alla rinuncia alle vesti omogenee, al distacco dalle gioie di questo mondo e, persino, dall’ultimo bene, se stessi. La discesa nell’inferno dell’eterogeneo è l’abbraccio mortale della croce come unica via (spes unica). Nell’inferno dell’eterogeneo l’uomo è travolto dalla propria infamia, scisso da se stesso, privato della propria umanità, cioè, tanto per essere espliciti, egli è qui privato dell’ausilio della morale, degli strumenti del diritto, della forza della verità dialogica, della potenza identificatrice della memoria. Qui l’uomo è tagliato via dal mondo e, se non soccombe, perché questo è l’esito normale in questo stato, egli viene a trovarsi in una situazione priva vie d’uscita. Di qui, si badi, si esce solo con la fede. La fede non è qualcosa come l’accoglimento dell’Umgreifende, del Tutto-abbracciante, Dio non è l’Essere, ma la follia della discesa insieme con la speranza di una risalita, la quale deve portare più in alto, oltre la mera esistenza omogenea. Questa è l’opera della redenzione. Il problema, ovviamente, è se non ci fosse alcuna risalita. Questo timore è predominante in chi si abbandona totalmente alla fede, mentre chi non vi si abbandona totalmente, voglio dire, chi vi si avvicina con riserva, è semplicemente dannato (meglio quindi lasciar perdere immediatamente). Ebbene, chi si fa garante della risalita? Di fatto non c’è alcuna garanzia. Fede significa fare qualcosa di enorme, di sconsigliato (dalla ragione), di difforme rispetto al comune sentire degli uomini, significa scendere sempre più giù, finché la possibilità stessa di una risalita non ci appaia mera follia. Questo è il luogo segreto dove si raccoglie l’anima pressoché annichilita dei grandi Santi. E di qui non se ne esce certo in modo luminoso, Dio non manda il suo angelo a liberare il povero uomo trafitto (e qui corre anche tutta la differenza con l’ebraismo), Dio manda la sua stessa descensio: - fai come me, denudati; e ora che sei nudo, e piagato, sull’orlo della disperazione, datti in pasto ai leoni. Nell’istante di questa decisione impossibile il credente, con un salto privo di paragoni, ha la salvezza. I grandi Santi sono tali nella misura in cui l’estensione o, se si preferisce, lo srotolamento della loro vita si concentra tutto in quest’unico salto, in quest’unico taglio, che li libera del tempo.



Domenica docici ottobre 2008

TEOLOGIA DEL DELINQUENTE. La salvezza è un elevarsi oltre l’uomo, un salire più in alto. Intanto, però, si registri, oltre l’uomo vi sono almeno due cose: il divino e l’infame. Divinità e infamia appartengono alla stessa regione, a quella medesima regione che, con un po’ di gusto retro, potremmo definire come la regione dell’oltre-uomo. Propriamente è l’uomo omogeneo che li trattiene lì, che li imprigiona lì, nella medesima regione, nel medesimo reclusorio, benché, poi, tra tutti gli abitanti di quella regione-prigione, non via sia alcuna comunità. La comunità è il modo d’essere degli esseri omogenei. Gli eterogenei sono eterogenei anche tra loro, anche se vi può essere dell’attrazione, una qualche tendenza a fare massa. Si potrebbe persino pensare che lo specifico del divino sia fare massa con l’eterogeneo per rovesciare la parte omogenea del mondo. Ecco la sintesi: l’esistenza omogenea è il mondo normalizzato dall’etica, dal diritto, dalla verità filosofica, la stessa vita che vi si intesse. Ebbene, la divinità o scardina l’ordine di questo mondo o declina. Non si creda all’interpretazione della celebre sentenza su Dio e Cesare che ne fa una sorta di corretta ripartizione delle competenze; si tratta piuttosto di un liberarsi dalle pendenze con Cesare, cioè con la legge, con l’ordine, la civiltà, con le buone maniere, persino con la religione, i pontefici, ecc., per gettarsi nella brace di Dio. L’esercito di Dio sono, per usare due topoi della grande predicazione cristiana, i corvi e i pesci, bestie necrofaghe e rapaci da un lato e animali muti, stupidi e rifluenti dall’altro. Se ne trovano alcuni in Bosch. Una folla rapace, muta e violenta, questo è l’uomo nella sua verità. E ripartire dalla propria verità è il principio del cammino della salvezza. Ciò che si oppone all&#opera della redenzione non è tutta questa negatività, ma l’omogeneità del mondo etico, la regolare scambiabilità dei concetti filosofici, la commensurabilità degli uomini civili, educati e dialogici. L’uomo etico è dannato in quanto tale, perché non può salire più in alto se non scendendo, se non negando la validità soterica dell’agire per il bene. I grandi Santi sono invece i veri oltreuomini, infatti, scavalcando l’etica, essi si abbandonano all’emulazione di quell’opera che è Dio: disfarsi come Essere (scendere) e edificarsi come Santo (risalire). Chiaro che una visione di tal genere non si combine con l’immagine del Dio che si incarna con riserva.



Domenica cinque ottobre 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO VII. Potevano mancare le Scritture? «Apprendete [dunque] da’ gigli del campo, come crescono: non lavoran né filano. Or dico a voi; né Salomone in tutta l‘appariscenza sua era vestito com’uno di loro. Ponete mente a’ corvi che né seminano né mietono [...] e Dio li nutrica» (Tommaseo, Mt 6, 28-29; Lu 12, 24).



Domenica ventotto settembre 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO VI. Simon Tanner, con cui, non nego, ho più di un’affinità, dice che nulla trova di necessario nel lavoro. Sento - dice - che il giorno è troppo bello perché si possa avere l’insolenza di profanarlo col lavoro. Quanto non va perduto a causa del lavoro quotidiano. Voi non immaginate quanto mi abbisogni per osservare un paesaggio nell’ora del declino della luce. Del resto - sia detto en passant - non è forse vero che una strana follia possiede le nazioni sviluppate e che questa follia si chiama «amore per il lavoro»? La passione esiziale per il lavoro, spinta fino all’esaurimento, è la causa di ogni degenerazione intellettuale e di ogni deformazione organica. Cosi si esprime Paul Lafargue. E Walser, il creatore di Tanner, che forse non sospettò mai l’esistenza di un Lafargue, prosegue: «capita che a uno gli venga un colpo mentre sta scrivendo. A cosa gli è servito aver lavorato quarant’anni? Per quarant’anni è entrato e uscito ogni giorno dalla stessa porta, ha usato centinaia di migliaia di volte, nelle sue lettere, gli stessi giri di frase, ha cambiato diversi vestiti e si è spesso meravigliato di quante poche scarpe consumava in un anno. Adesso fuori è autunno, e io avrei voglia di uscire con un salto dalla finestra, tanto mi fa male questo lungo, lungo dover-star-qui, obbligatoriamente (Robert Walser, Geschwister Tanner, 1906; Paul Lafargue, Le Droit à la paresse, 1880).



Domenica ventuno settembre 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO V. «Col berretto da notte sulle ventitré mi apostrofò: “Fannullone! (Taugenichts!) Eccoti di nuovo a stiracchiarti al sole e a sgranchirti fino a rovinarti le ossa, lasciando a me tutto il lavoro. Non ti posso più dar da mangiare a ufo! La primavera è alle porte. Va’ un pò anche tu per il mondo a guadagnarti il pane”. “Sta bene” ribattei. “Se io sono un fannullone, poco importa, me ne andrò per il mondo in cerca di fortuna.”... Me ne andai, attraversando il lungo villaggio, animato da un gioia segreta nel vedere i vecchi conoscenti e gli amici che sbucavano a dritta e a manca per recarsi al lavoro, con la vanga e l’aratro, come avevavno e avrebbe continuato a fare per tutta la vita, mentre io mi avviavo libero per il vasto mondo.» (Joseph von Eichendorff, Aus dem Leben eines Taugenichts, 1826).



Domenica quattordici settembre 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO IV. L’ufficio... se non ci dovessi andare, potrei vivere tranquillamente per il mio scopo e non dovrei passarvi ogni giorno quelle sei ore che, specialmente il venerdì e il sabato quando sono pieno delle mie cose, mi hanno torturato al punto che Lei [Signor capoufficio] non se lo può figurare» (Franz Kafka,19 febbraio 1911, Tagebücher).



Domenica sette settembre 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO III. Un giorno Simon Tanner rifletté, pare, pressappoco nel modo seguente: Il dottor Klaus - mio fatello - è una di quelle persone che conoscono migliaia di doveri grandi e piccoli e che, alle volte, può persino sembrare che desiderino averne assai più. È una di quelle persone che, mosse dall’amore per il dovere, si precipitano dentro edifici tutti pericolanti, fatti soltanto di ingrati doveri, e ciò per paura che qualche dovere recondito, poco evidente, possa essergli sfuggito. Egli si procura così molte ore agitate, non pensa che un dovere ne porta sempre un altro che va a caricarsi sulle spalle di chi si è assunto il primo. Persone di tal genere vedono con piacere che anche gli altri siano così carchi di preoccupazioni. Usano guardare con invidia chi è spregiudicato e libero da doveri, rimproverandolo poi per la sua sconsideratezza, perché se ne va così bello e a testa così facilmente alta attraverso l’esistenza. (Robert Walser, Geschwister Tanner, 1906).



Domenica trentuno agosto 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO II. Nel 1944 cinquecento tra i più importanti scienziati e artisti di ogni categoria furono esentanti dal servizio militare. Il filosofo Martin Heidegger non fu compreso nel novero di questi operosi facitori di scienza e arte, così fu inviato sul confine meridionale, sulla riva sinistra del Reno, a scavare trincee, a zappare, come si suol dire. La cosa si svolse in questi termini: Il corpo docente fu suddiviso in tre gruppi: quelli di cui non si poteva fare a meno, quelli di cui si poteva fare a mano a metà e, ultimo, quelli di cui si poteva fare a meno del tutto. Al primo posto tra gli appartenenti a quest’ultimo gruppo fu nominato Heidegger, classe 1889, e, subito dopo di lui, lo storico contemporaneista Gerhard Ritter. I filosofi, soprtattutto i teoreti, sono infatti irriducibili fannulloni e così anche gli storici contemporanesiti, visto la storia contempornea la si fa, non la si interpreta.



Domenica ventiquattro agosto 2008

PER UNA STORIA DEL FANNULLISMO I. «Quello che ho sempre pensato anch’io... Sono i lavoratori che creano la ricchezza e sono loro che debbono averla, non un mucchio di fanulloni». Principio della cosiddetta rivoluzione sociale enunciato da John Dos Passos o, per essere precisi, da un personaggio, Mac, in The Forty Second Parallel (1930).



Domenica diciassette agosto 2008

INTEMPERANZE CLIMATICHE. Thomas Bernhard parlava del clima prealpino come qualcosa di micidiale, che rende psicopatici, diceva. Io aggiugerei soltanto che a rendere psicoapitici gli esseri umani vi è anche il clima del basso Adriatico, così esposto ai venti balcanici, soggiogato da quelli mediorientali. L’umidità blocca la normale attività del cervello, lo spirito si disfa in essudazioni di pensieri torbidi, malvagi. Gli esseri umani se ne stanno immobili per ore, come ragni nella tela. Oh come vorrebbero schiacciare la testolina di quella femmina vociante sotto la finestra. Per questo si abbattono così ferocemente sulle mosche. E di essun aiuto è il mare. Di notte i muri delle case rilasciano il loro calore cuocendo i corpi e, dentro i corpi, incartocciati nelle meningi, a bagno nel loro brodo, i cervelli. Al mattino, senza il ristoro del sonno, questi si rianno dal coma del tutto impazziti.



Domenica dieci agosto 2008

ONNIPOTENZA. Ho sempre avuto dei problemi riguardo all’onnipotenza. Questa sarebbe tale, mi pare, se tra le potenze che ne compongono la totalità fosse compresa l’autonegazione. Tuttavia, poiché non è dato a una potenza di essere soltanto “in potenza”, almeno non qui, non nella sfera divina, Dio non sarebbe quello che è se, immediatamete, non togliesse anche se stesso. Probabilmente si tratta solo di un ragionamento ozioso - dev’essere così. Eppure lo stesso cristianesimo ne ha intuito qualcosa lasciandone traccia nel motivo della Kenosi: Dio si sarebbe spogliato della propria potenza nel gesto (intensamente gratuito) di restituirsi appieno nella dimensione della finitezza. Intravista la soluzione, questo, il cristianesimo, se ne sarebbe però ritratto: se Dio si dà una volta per tutte nella nudità della condizone umana, senza conservare una briciolo di potenza da cui ritessere, a tempo debito, l’intero ordito dell’eternità, l’uomo si troverebbe allora solo e abbandonato. Eppure, solo se Dio si nega, Dio si realizza. Dio è Dio esattamete nella misura in cui si spoglia della potenza per donarsi, tutto intero, alla finitezza, attraverso un sacrificio autentico, definitivo, non transitorio. Se proprio si vuole mantenere un riferimento al Dio cosmico veterotestamentario, non foss’altro perché i Vangeli in qualche modo ne accennano, bisognerebbe almeno riconoscere a questo Dio per noi impossibile il genio di aver risolto brillantemente il problema dell’onnipotenza: Dio non ha sacrificato il propiro Figlio, ma se stesso, trasferendo l’originaria potenza cosmica nell’opera della redenzione. Ed è proprio in tal modo che Questi avrebbe indicato all’uomo la possibilità di una condizione oltre-umana e, del pari, la via perigliosa del suo raggiungimento.



Domenica tre agosto 2008

ALEXANDR SOLZENICYN. Leggere i Discorsi americani di Solženicyn a trent’anni dalla loro pubblicazione, quando si ha la mia età, è colpevole. Se me li avessero proposti nel 1976 li avrei rifiutati. Oggi sarebbe invece salutare rileggerli in grande stile, a grande diffusione, non foss’altro che per allontanare il fantasma che si annida in certe pieghe interne della cultura della sinistra europea. Sulla scia di questi Discorsi ho voluto rileggere alcuni saggi di Luckács e uno in particolare, quello dedicato proprio a Solženicyn e al suo racconto Una giornata di Ivan Denisovic. Ciò che mi ha colpito è senz’altro lo scarto tra l’andamento realpolitik e regionalistico del discorso di Luckács e la dimensione etica della visione complessiva del discorso di Solženicyn. Per il primo lo stalinismo è una sorta di deviazione interna al processo di svilupppo del socialismo in URSS - è così che tutti i marxismi europei interpretarono la fase staliniana della storia sovietica dopo il 1956, nonostante l’Ungheria. Per il secondo lo stalinismo è invece un’invenzione atta a consentire al comunismo, di cui Stalin fu autentico interprete, di proseguire nel suo cammino di devastazione, inscenando una sorta di autorevisione umanizzata. Per Luckács il racconto Una giornata di Ivan Denisovic è il tentativo della letteratura autenticamente socialista di estirpare dal cuore dei comunisti la contraddizione stalinista, mostrandone il volto grigio e non autenticamente marxista. Ma quando Solženicyn poté parlare liberamente della vita in Unione sovietica si poté comprendere, si sarebbe dovuto comprendere non solo che Luckács parlava in realtà come un funzinario kruscioviano, ma che quello scrittore che il filosofo aveva eletto a mentore del passaggio al poststalinismo era in realtà ben deciso a non lasciarsi coinvolgere in processi di revisione storica del marxismo. Il problema per lui era tutto il comunismo unitamente alla sua dottrina: il lager di Ivan Denisovic era prima di tutto un lager comunista e di questo dovevano rispondere non solo Stalin e la nomenklatura del partito al potere in quell’epoca, ma tutto il gruppo storico della rivoluzione bolscevica, Lenin compreso e, cosa che sconvolse non pochi, i suoi padri teorici: Marx e Engels. Le parole di elogio usate da Luckács per il XX Congreso del Pcus e per lo scrittore Alexandr Solženicyn reduce da un decennio di internamento, suonano straordinariamente contraddittorie: o si sbagliava sul significato del XX Congresso o, bisognerebbe dire che, interpretando Solženicyn, si sbagliava sul valore di libertà e di emancipazione della dottrina marxista (13 ottobre 2002).



Domenica ventisette luglio 2008

RISO NERO. Si dice che Dark Laughter sia un libro sulla fuga come possibilità di vita. Intendiamoci, è già molto. In effetti Bruce fugge da Chicago, fugge dai circoli intellettuali di quella città, fugge dalla moglie, scende lungo il Mississipi, lentamente, fino a New Orleans, dove si mette a fare l’operaio in una fabbrica di pneumatici e, alla fine, fugge anche di lì. Ma soprattutto è un libro, Dark Laughter, sul riso nero, sulla felicità oscura dell’animale. Non c’è molta chiarezza su questo punto. Certo, il riso nero è tale perché è come quello dei negri, ma ciò perché i negri sono fuori dalla morale, fuori dalla civiltà: i negri ciò che vogliono se lo prendono, non hanno super-Ego, troppo vicini alla natura, troppo spontanei, sono «bestiacce». Ebbene, i soldati nelle trincee sono come i negri. Questo è ciò che Sheerwod Anderson rivela e a cui Hemingway nemmeno si avvicina. Ciò che ha sconvolto una generazione di americani non furono certo i negri, bensì la trincea e la guerra in Europa. La trincea fa questo all’uomo, fa crollare la menzogna della morale; la trincea fa di ogni uomo ciò che realmente è, fa venir fuori il negro che è in lui, fa venir fuori la bestiaccia. Ebbene, se di fuga si tratta è fuga davanti al riso nero, alla mera vitalità animale. Forse bisognerebbe abbandonarsi alla verità della trincea almeno una volta nella vita, come tenta di fare Rose Frank una certa notte, al Libro VI, per cogliere un minimo di fremito. La chiusa del romanzo sembrerebbe in effetti suggerire questa soluzione, con Bruce e Aline che se ne vanno dopo aver tradito Fred, ma è un inganno. Proprio qui si deve invece cambiare prospettiva, bisogna considerare le cose dal punto di vista del marito abbandonato. Avrebbe dovuto, o potuto, ucciderli, sbranarli, e invece anche lui si arresta al limite. Nonostante il furore, la rivoltella e le minacce che rimastica tra sé, alla fine eccolo seduto, rigido sul letto, civile, ordinato e affranto. Anche Fred viene dalla trincea. Tutti hanno compreso ciò che tiene in vita l’uomo nelle situazioni estreme: la sua parte oscura, ma solo la civiltà, ossia la menzogna, consente di sopportare la vita umana così com’ènella sua dimensione media.



Domenica venti luglio 2008

ALLA DERIVA. Dava segni di squilibrio? Beh, già in passato aveva subito un crollo, un ricovero, uno, forse due trattamenti elettroconvulsivi. Nel nuovo stato questa donna frivola, grassa fino al ridicolo, non priva, in certe amabili uscite, di qualche stridula arguzia, si abbandonò a un profondo malessere. Divenne laconica e sinistra. Ricoverata, curata e dimessa una seconda volta a distanza di un quarto di secolo si trascina, ora, silenziosa, lungo le stagioni mutevoli del clima di montagna. Poi accadde il parto della figlia e, subito dopo, senza plausibili spiegazioni ostetricie o internistiche, che questa morisse. La piccola fu allora sequestrata dalla famiglia del genero perché - si pensò - non dovesse respirare l’aria contaminata, psichicamente malsana, che ristagnava nella casa dei nonni. Lei - si dice - se ne stava accoccolata in fondo al nido che la nuova farmacologia, pietosamente, le aveva intrecciato. Un mattino, senza preavviso, sentì però nel risveglio una qualità nuova. Un’ansia dimenticata la attraversò raccogliendosi in zone vulnerabili. Un senso di nausea allo stomaco, un senso di soffocamento alla gola, un martellamento violento al cuore, una grandine elettrica alla nuca. La stanza gli apparve scomposta in bagliori oscuri. Mormorò il nome della figlia, o così credette, poiché il suo linguaggio era regredito ad una fase prevocalica. Un protodemone avestico aveva preso dimora sotto la sua lingua? «kh-kh-rr-r-r» disse chiaramente, ma in modo che anche se vi fosse stato qualcuno presente, se anche qualcuno l’avesse udita, di certo non l’avrebbe intesa. Una vampa violenta l’invase, anzi le risucchiò le meningi. Nessuno la vide quando il velo della medicina si squarciò. Atterrita e atterrata sentì che Chiara era morta, per sempre, morta senza remissione, morta senza possibilità d’appello. La sua carne tremula avrebbe voluto, allora, disfarsi, oh sì, in ragnatele di granchi che fuggono centrifughi verso tane impenetrabili. L’unità della sua coscienza avrebbe voluto dissolversi in un frazionamento animale, in un flagello di cavallette tutto divorante. Anzi, scendere più sotto, nel vegetale, no, ancora più giù, nel minerale: terra, terra, zolla accanto a zolla, grumo accanto grumo, terra fradicia di tenebrosa pioggia, terra dissolventesi in uno smottamento senza forma. L’abisso del lago le sembrò troppo piccolo per seppellire il suo dolore disperato. Alla fine fu solo una povera cosa sconnessa che andava alla deriva.



Domenica ventinove giugno 2008

RECLUSORIO. La regione dell’eterogeneo, o del negativo, non è un luogo determinato. Vi sono luoghi determinati che vi appartengono come il carcere, le corsie della morte, le camere di tortura, ma per lo più si tratta di un luogo disseminato. Solo uno sforzo d’astrazione può restituirci, di esso, un’immagine unitaria. L’immagine più viva è tuttavia quella del reclusorio. Di là dalla porta che lo separa dal resto del mondo vi è il mondo luminoso e libero, il mondo omogeneo degli esseri che possono essere misurati e valutati, che si rapportano gli uni agli altri secondo un’unica misura. Di qua è invece un mondo tutto particolare e, in particolare, un modo che non assomiglia a nulla. Si può supporre che non vi sia delitto che non abbia qui il suo rappresentate, ma vi sono anche idee e esseri, cose per le quali sarebbe molto difficile poter decidere per quale motivo vi si trovino. Strani malati che generano spavento, bestie che generano ribrezzo, idee che generano rabbia, pratiche sessuali che generano riprovazione, pratiche religiose che generano sospetto, sistemi che generano orrore, eccessi di bontà, di prostrazione, di concentrazione, eccessi di intelligenza, eccessi estatici, eccessi erotici, ogni sorta di eccesso che non sia stato possibile ricondurre entro gli ampi corridoi della placida fluvialità omogenea. Ma al di là dell’astrazione bisogna pensare a qualcosa disperso qui e là, frammisto a ciò che apprezziamo, persino a ciò che amiamo, oh sì, tuo figlia, il loro padre, il confessore, il vicino di casa. Il negativo è la zavorra che impedisce agli uomini di spiccare il volo come angeli. Ma, si noti il paradosso, esso è ciò senza di cui la stessa parte omogenea non potrebbe emergere come tale; esso è il nulla nel quale l’essere appare, l’informe dal quale la forma si annuncia, la bruttura dalla cui discende l’armonia, esso è la malattia su cui si innesta la salute, la violenza dalla quale discende la mansuetudine, l’arbitrio che espelle la giustizia, la forza su cui si inalbera la legge. Non c’è alcunché di positivo che non senta, alle sue spalle, in lontananza, antico refolo, l’aria gelida del reclusorio, solo che ci siamo abituati a ignorarla.



Domenica ventidue giugno 2008

DISPERSIONE, DANNAZIONE, REDENZIONE. L’opera della redenzione sorge sullo sfondo del negativo. In un certo senso, anzi, si tratta proprio dell’assunzione del negativo come punto di partenza: lo svelamento che la parte omogenea del mondo sarebbe dannata senza questa presa di coscienza. Abbandonarsi al mondo è semplice dispersione di sé, semplice perdizione, è l’estetico, la moltiplicazione artificiale dei punti d’esperienza. Il suo contrario, l’abbandono del mondo a se stesso, è invece la redenzione. Redenzione, in questo senso, è quindi conquista di sé oltre il sé mondano. Disperare di non potersi liberare di se stessi - per abbandonarsi al mondo, per potersi semplicemente disciogliere nel mondo - e, allo stesso tempo, disperare di potersi conquistare per un avventura oltre il mondo, è la dannazione vera e propria. Essa compete all’uomo etico e soltanto a lui - e l’uomo etico è l’uomo omogeneo. Per questo all’omogeneo occorre il salto, quel salto capace di collocarlo nel punto, all’indietro, in cui omogeneo e eterogeneo non sono ancora disgiunti. Redento è l’uomo capace di spiccare il volo, di staccarsi dal suolo e, per far questo, raggiungere, a ritroso, il punto in cui il mondo non è ancora divenuto un valore irrinunciabile. L’uomo omogeneo, proprio in quanto tale, ha superato la mera condizione estetica, ha scoperto la dimensione etica dell’esistenza, non può più tornare indietro, a lui è negato l’oblio nella dispersione. Una cosa, però, egli può recuperare del negativo: il dolore, l’atrocità della malattia e della perdita, l’assurdità del male.



Domenica quindici giugno 2008

STATO MINIMO E MAFIE. Il mio interlocutore, un tipo regionale dissimulato, con baffo eloquente, sostiene che lo stato minimo è lo “stato” delle mafie. Io ho due opinioni in proposito. La prima è che lo stato minimo non è un antidoto contro lo stato massimo, ma l’evoluzione possibile di uno stato medio, ossia di un Welfare che, al suo interno, abbia sviluppato un momento critico, capace cioè di mettere a nudo i residui totalitari (Marcuse? Foucault?). La seconda riguarda le mafie. La mafie non sono un anti-stato, ma organismi simbiotico-parassitari. Questi si nutrono e si riproducono per mezzo dello stato. In cambio, com’è noto, forniscono dei servizi quasi-statali, per esempio il controllo censitario-fiscale delle attività economiche, il controllo poliziesco della microcriminalità, la distribuzione degli appalti. Le mafie possono quindi essere ostacolate solo per sottrazione, non per aggiunta di stato. Come in un focolaio d’incendio si deve sottrarre combustibile, oltre che comburente, per soffocare il fuoco, così, nella lotta alla mafia, ciò che bisogna fare è sottrarre stato lasciando l’elemento mafioso nel vuoto pneumatico. Paradossalmente, l’unico modo efficace di combattere il fenomeno mafioso lo si può reperire non sul terreno giudiziario-militare, meno che mai su quello morale-religioso, bensì sul terreno dello scambio simbolico: bisognerebbe cioè sfidare la mafia a trasformare la sua quasi-statalità in una vera e propria organizzazione statale. Il rilancio della mafia non potrebbe, in questo caso, che condurre alla sua estinzione, o per statalizzazione del suo potere arbitrario o per riflusso spontaneo, cioè per suicidio.



Domenica otto giugno 2008

NOTE A «STATO MINIMO ...». Nozick parla di stato minimo e di massima estensione delle scelte individuali: stato minimo è lo Stato più esteso che si possa giustificare, mentre qualsiasi stato più esteso violerebbe i diritti delle persona. A proposito di totalitarismi Foucault invece non pensa soltanto alle sue realizzazioni storiche più note, ma anche a quei Welfare, più o meno accentuati, che furono oggetto delle critiche di un Marcuse e, senz’altro, del movimento del Sessantotto. Il marxismo contemporaneo si è sempre stupito di questa posizione foucaultiana e anche se vi ha scorto il manifestarsi di una critica erosiva, non ha mai mancato di scorgervi anche una sospetta mancanza di progetto, l’assenza di una tecnica capace di determinare il cosiddetto «rovesciamento della prassi», insomma, la mancanza di una teoria della rivoluzione. E se Nozick, o Rothbard, rappresentano l’espressione più emblematica, e più elaborata, del libertarismo di estrazione liberale, Foucault è un ordigno non meno pericoloso, che mostra analogie inquietanti proprio con le posizioni anarco-liberali. Sicché ciò che a noi pare oggi di grande attualità - la declinazione della capacità di rendersi liberi nel rapporto governamentale attraverso la stessa governmentality liberale (e il suo sistema economico), attraverso la delimitazione di zone di autonomia o, meglio ancora, di spazi sia pure transitoriamente, oscillatoriamente sottratti alla presa della governmentality -, al marxismo ciò parve allora, oggi la cosa ha un’importanza del tutto secndaria, un’altra manifestazione delle interne contraddizioni delle liberaldemocrazie occidentali.



Domenica primo giugno 2008

STATO MINIMO E SOTTRAZIONE MASSIMA. Consideriamo la posizione di un Robert Nozick. Questi vuole anzitutto dimostrare che l’anarchia è una posizione politicamente possibile e razionale all’interno di un corretto approccio filosofico-politico. Per Nozick si tratta, per lo più, di dimostrare che lo Stato non è necessario in senso stretto, anche se può essere utile, e che non è intrinsecamente morale, ma che, se utile, la sua immoralità può essere corretta. La tesi di Nozick, com’è noto, è che noi possiamo perseguire razionalmente il progetto di uno stato minimo senza intaccare i nostri valori etici fondamentali. Ora consideriamo la posizione di un Michel Foucault, altro pensatore anarchico sui generis. Questi non cerca di definire cose come lo stato, i diritti, la persona, i valori, bensì di stabilire a quali condizioni e in quali modi concreti l’individuo riesce ad esprimere, se vi riesce, un certo grado di autonomia. Foucault non intende l’autonomia come un correlato d’essenza del soggetto, ma come il rapporto tra me che sono il governato e colui che mi governa. Il problema, per Foucault, è a quali condizioni il governato riesce nei fatti, non come mera petizione di principio, ad esercitare un determinato grado di sottrazione all’azione di governo che si dirige su di lui. Diciamo che al posto dello stato minimo in Foucult si profila qualcosa come un minimo governamentale: là dove esiste un’azione diretta a governare gli uomini, lì - dice Foucault - esiste anche il tentativo di sottrarsene. Questo tentativo è stato definito da Foucault in termini di critica, ma credo che, in senso estensivo, esso andrebbe inteso anche come un azione di sabotaggio contro l’azione di governo. Dunque “minimo governamentale” o, che è lo stesso, “massima sottrazione”. Una sottrazione più grande equivarrebbe al prevalere delle forze oscure della sollevazione; una sottrazione minore equivarrebbe al dominio totalitario delle strategie governamentali.



Domenica quattro maggio 2008

SESSANTOTTO. Perché non dico qualcosa sul Sessantotto? Eccomi. Secondo Foucault, il marxismo è entrato in relazione con i movimenti di quegli anni tutt’al più come fragile velatura ideologica (è Duccio Trombadori a stigmatizzare questa declinazione eterodossa), anzi come una fastidiosa impalcatura che ha in qualche modo ostacolato l’espressione più corposa e profonda delle esigenze libertarie incarnate da quei movimenti. Il testo di Trombadori a cui faccio riferimento è del 1981, ma già nel 73 Gian Mario Bravo era stato sufficientemente chiaro: le rivolte studentesche che da Berkley a Parigi a Roma a Berlino incendiano l’Occidente sono rivolte di tipo anarchico. Si tratta non di un qualche nuovo tipo di anarchismo, ma del ripresentarsi puro e semplice del vecchio anarchismo di Proudhon, di Bakunin e di Stirner così inviso a Marx e a Engels. I caratteri tipici dell'anarchismo sono infatti lo spontaneismo, il volontarismo, l'antiautoritarismo, il movimentismo, il ribellismo e i vari Marcuse, Cohn-Bendit e Rudi Dutschke ne incarnano lo spirito alla perfezione. L’assunto (corretto a mio giudizio) di Gian Mario Bravo è che l'anarchismo è essenzialmente il frutto delle contraddizioni interne al liberalismo e l'espressione degli interessi della piccola-borghesia; la conclusione, parimenti rigorosa, è che anche solo il tentativo di cercare una strada per un collegamento organico - o anche solo un compromesso - con il marxismo è semplicemente assurdo. Sono memore dello spirito dei movimenti di contestazione europea del Sessantotto e delle sue cosiddette spinte trasgressive e inoltre concordo appieno con Gian Mario Bravo circa la natura anarcoliberale di quei movimenti e della loro incomponibilità con il marxismo, cosa che, sulla scia di Foucault, beninteso, dà conto del mio residuo interesse per ciò che Sessantotto significa.



Domenica ventisette aprile 2008

UNICO ED UNO. Adorano con noi l’unico Dio. Ebbene, si dice, ma non è così. Credere che il Dio dell’Islàm e il Dio del Cristianesimo siano lo stesso è un errore logico che deriva dalla confusione tra Uno ed Unico. Per l’Islàm Dio è Uno: «Egli, Dio, è l’Uno. Dio l’Eterno. Non generò né fu generato, nessun Gli è pari» (Sergio Noja, L’Islàm e il suo Corano, Mondadori, Milano 1988, p. 13 - si tratta di una citazione dal Corano). Mentre per i cristiani Gesù è ’unico redentore, e perciò, è Egli Dio. Se il cristiano vuole comprendere la fede islamica non lo può, tuttavia, a partire dal presupposto che entrambi, cristiani e musulmani, adorino l’unico e perciò stesso Dio. Non è la Trinità a fare problema, è che per il musulmano Dio è unico in quanto è Uno, mentre per il cristiano, comunque la si rigiri, unico è il Salvatore in quanto irripetibile. I cristiani, autentici deteologizzatori del problema del divino, hanno come Salvatore un unico evento, Gesù, che perciò è Dio, mentre i musulmani, autentici monoteisti, hanno elaborato una religione del Dio Uno, annunciata da un profeta, il quale è uomo ed ha nome Maometto. La dottrina trinitaria è invece il tentativo di fare del salvatore qualcosa di unico con il Dio Uno della tradizione ellenistica e con il monoteismo ebraico.



Domenica venti aprile 2008

DEMOCRAZIA. L’invettiva, magari proferita per bocca di un prete infiammato, indirettamente, nella miglior tradizione mazariniana, piace tanto agli amici di “Micromega”, i dispensatori delle ragioni della sinistra. Filosofi e sociologi, giornalisti e sindacalisti, tutta gente dallo stomaco rovinato, si lasciano sedurre, magari con la scusa della libertà d’espressone, dalla lutulenta esecrazione del prete Farinella. Oh come digrigna i denti il sacerdote! Eccolo: «semplicemente non accetto questa Italia, nella quale mi sento “extracomunitario” moralmente e spiritualmente [...]. Ha vinto la feccia...». Voila! Moralmente superiore, spiritualmente più dotata, intellettualmente più sottile, questo è ciò che la sinistra ama pensare di sé quando vince e, ancor più, quando perde. La ragioni della sinistra, giusta la grande sapienza archeo-biblistica del prete Paolo, è ora anche teologicamente più fondata. Mon Dieu!



Domenica tredici aprile 2008

ANGST. Un tocco si insinua tra le madri, la pia e la dura, scivola sui muri, oh immaginali intonacati al modo rustico, del mio cervello e, urtando negli angoli bui, si fa udire: «Hai mai sentito il suo piccolo cuore battere contro il tuo?». «Certo - rispondo - quello del mio cucciolo e, prima ancora, quello del mio vecchio cane morente ... no? un altro cuore? un altro cuore? oh bava di strega!».



Domenica sei aprile 2008

VECCHIE IDEE E NUOVE INTERPRETAZIONI. A chi sostiene che per essere salvi di fronte a Dio non occorre credere alla resurrezione («Nego - scrive Vito Mancuso - che per essere salvi di fronte a Dio occorra credere che quell’evento [la resurrezione] sia avvenuto [...]. Se domani si ritrovasse un’urna con le ossa di Gesù di Nazaret, per i miei valori e la mia visione del mondo non cambierebbe molto»). A chi sostiene questa pura e semplice eterodossia, di solito si replica, con un pizzico di saccenteria, appellandosi alle Scritture: «Per i cristiani - scrive ad esempio Antonio Socci - cambierebbe [invece] tutto». Infatti (citazione scritturale) San Polo dice: «Se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra predicazione, vana la nostra fede» (1 Cor 15, 14). Il problema è che Mancuso reinventa il cristianesimo - come dire: per continuare a dirsi cristiani nell’epoca presente (ma - sia pur detto tra parentesi - è, beninteso, l’epoca postmoderna) è necessario ripensare il cristianesimo alla radice. Grande intuizione - non si tratta certo di un’operazione retro come sostiene Socci. Magari non si fa altro che riattualizzare vecchie idee, idee che però sono circolate assai spesso nel grande frantoio che ha macinato la cosiddetta “vera” dottrina. Opporgli altre “vecchie idee” non sarebbe, per tanto, un atteggiamento così originale. La resurrezione, come altre parole fondamentali del cristianesimo, va in effetti reinterpretata e va reinterpretata alla luce di un ripensamento radicale del divino: resurrezione, trascendenza, incarnazione, eterno, Padre, rivelazione, molti di questi concetti devono essere ri-coniati e non è detto che a ciò non valga la ripresa di vecchie parole, un tempo scartate, vecchie parole d’ordine quasi-ereticale, del tutto eretiche, in ogni caso revisionistiche, direi anzi che, da questo punto di vista, Anything goes, tutto va bene. Il problema di Mancuso, questo teologo originale e spregiudicato, è però di fare della scienza il criterio di valutazione delle condizioni al contorno della teologia cristiana. Nell’epoca postmoderna il problema si può declinare in un duplice modo: ricerca di un minimo comun denominatore tra tutte le religioni, capace di coordinarsi alla scienza, oppure, ed è il caso, ricerca del particolare assoluto di quella religione che è parte integrante e costitutiva della nostra tradizione e che si trova disseminato, più che celato, nell’insieme di dottrine, di teologemi, di testi e di discorsi di cui la chiesa stessa, anzi, le chiese, sono la sterminata biblioteca. L’ipotesi di lavoro è minimale: solo l’opera della redenzione è Dio, tutto il resto è grande racconto.



Domenica trenta marzo 2008

SISTEMA NERVOSO. Telesio sosteneva che negli animali, come negli uomini, lo spirito è principio di una più raffinata sensibilità. Un tale spirito non si limiterebbe alla percezione, al piacere e al dolore, esso ha invece anche la capacità di intendere, perché anche gli animali hanno «una certa forza di ragionare e di conoscere». Telesio era senz’altro sulla buona strada, ma rimane impigliato nel pregiudizio circa l’esistenza di una differenza di grado nella capacità di intendere, la quale viene fatta dipendere da uno strano spiritus. Duecento anni dopo La Mettrie sostenne che al vertice del processo evolutivo universale si trovano le macchine più complesse e queste sono gli animali e gli uomini. Il problema non è più quello della potenza del conoscere, bensì il fatto che il meccanismo nervoso, identico nell’uomo e nell’animale, costituisce la struttura portante tanto dei processi sensitivi quanto di quelli intellettivi. Ciò che chiamiamo anima, aggiungeva La Mettrie, non è altro che l’organizzazione del sistema nervoso. Anche Helvetius fu dello stesso parere: la sensazione e la memoria - sostenne - sono le cause produttrici dei nostri pensieri e questi noi li abbiamo in comune con gli animali. Ma è Rousseau, che in questo campo non possedeva certo conoscenze scientifiche più vaste di quelle dei vituperati colleghi, a orientare il pensiero successivo. Egli afferma che l’uomo selvaggio è al livello degli animali, e fin qui si potrebbe pensare ad un argomento in favore dell’animale. Ma Rousseau aggiunse che il selvaggio non è uomo, ma bestia, in francese bête, ossia stupido e feroce. In tal modo cancellò l’animale dal cammino filosofico almeno fino al Novecento.



Lunedì ventiquattro marzo 2008

NEL MEZZO. «Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all’alba dell’esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell’età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore» - così Benedetto XVI (“l’Osservatore romano”, 26 febbraio 2008). L’opinione di Kasparhauser, per quel che conta, è che quell’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto, va ricompresa nei limiti di nascita e morte. L6#146idea che la vita biologica sia una sorta di doppione sminuito della vita dello spirito è un’opinione ingannevole. Ciò che il «Risorto» disvela è che il divino, e la slavezza, cioè la salvezza e, quindi, in un certo senso, persino l’eternità (che non è un’eternazione della vita biolgica), si dà nel mezzo e non oltre il limite. L’esistenza è rinnovata, giustappunto, non raddoppiata. Concedersi all’amore del Risorto significa pertanto accogliere il senso di ciò ci supera - ecco l’eterno. Non si tratta di un dopo, ma di un qui. La morte è il martirio che ci tocca, ciò che, da quel lontano gesto della croce, ci rende simili a lui, se non altro in potenza. Ben morire è quindi un salvarsi se si è compreso che, con quest’ultimo gesto, si tratta di emulare il Maestro. Quell’istante, l’ultimo, ci farà eterni se la vita intera sarà stata orientata da e ad esso.



Domenica ventitré marzo 2008

AUTONOMIA DELLA REDENZIONE. L’espressione «Io sono l’Alfa e l’Ω, il primo e l’ultimo, il principio e la fine» (Apocalisse 22, 13) è di norma interpretata così: all’inizio e alla fine c’è Dio, l’uomo sta nel mezzo. Credo che un’altra interpretazione possibile sia la seguente: Gesù chiude di fatto quel modo di intendere Dio come rappresentazione del numinosa che è il vecchio modo di intendere il divino, incentrato sull’idea del sacro e, allo stesso tempo, dischiude un nuovo modo di esperire il divino, modo che passa attraverso un contatto profano, sguardo che si appoggia nello sguardo, voce che parla dall’interno dell’uomo stesso; da un lato la fine di quel modo di intendere Dio come Padre celeste e, dall’altro, il principio di un modo di intendere Dio come artefice diretto della salvezza. Dio, ovvero Gesù, ossia l’opera della redenzione, sta nel mezzo con l’uomo, tra principio e fine, in un amalgama inestricabile di difficoltà e sforzo. L’inizio cosmico e la fine escatologica cadono invece fuori di essa, e se vi permangono si tratta di una sorta di atto memoriale, di suggestione d’appartenenza, di un’appartenenza disertata per così dire o, per meglio dire, di una provenienza. Solo per la teologia del Logos incarnato (tentativo di combinare la dottrina ebraico-ellenistica e, forse, anche gnostica del Logos, con la novità assoluta dell’evangelo) l’inizio coincide con la creazione e la fine con la fine dei tempi. Il cristianesimo, beninteso, è questa cosa che fin dall’inizio non cessa di annodare la dottrina del Logos con quella della creazione, la dottrina dell’Uno con quella della rivelazione. Sembrerebbe che in compenso non emerga a sufficienza proprio l’autonomia della redenzione. Mi chiedo se nel cristianesimo non possa trovar posto, magari come un piccolo vulnus eretico, ma tollerabile, anche un visione del genere: dal Giordano al Golgota il Dio sacrale della tradizione ebraica, e quindi anche il Dio dell’inizio, si svuota fino al silenzio; ad esso subentra un Dio che ha volto d’uomo, che abita l’uomo e soltanto l’uomo, un Dio profano. Dio non è più l’inavvicinabile, ma il più vicino, non più il celeste Figlio di Dio, ma il terrestre Figlio dell’uomo, un Dio che non viene più dopo, bensì che è qui, ora, nel mezzo, con l’uomo, tra vita e morte, e che si esaurisce nella condivisione. Creazione e giudizio sono espulsi dall’opera della redenzione, la quale deve essere compresa come l’instaurazione di una grande macchina emulativa, la quale richiede il concorso soterico di due principi: il divino (Gesù, il Maestro) e l’umano (l’uomo, il discepolo).



Domenica sedici marzo 2008

PENSOSITÀ III. Gentile signore, se vuole farsi un’idea più idoena della cosiddetta pensosità provinciale può senz’altro riferirsi a quel racconto di Kafka, scritto nel 1912, ma pubblicato postumo, che porta il titolo Der Dorfschulleherer (Il maestro di scuola di villaggio). Un maestro di scuola di villaggio stende una relazione scientifica su un avvistamento straordinario: la talpa più grossa che si sia mai vista finora. Che ciò sia una pura fantasia, o meglio, l’esagerazione di una mente scientificamente non formata, è l’opinine che in città si fa subito ogni serio studioso e ogni società scientifica. Le talpe in quella regione mangiano una terra grassa e così diventano più grosse, ma, appunto, non così gorsse. Il maestro di campgna fa della scoperta lo scopo della sua vita. Un commerciante di città si impegna in una disperata difesa del maestro. Certo è una buona cosa, forse non così buona pensa il maestro, che non si propone ciò che il commerciante persegue: tirare il maestro di scuola fuori dal villaggio? Macché, il commerciante di città ha tutt’altri obiettivi, in verità più modesti, come suscitare l’interesse di qualche professore e affidare il caso a uno studente che desse finalmente un fondamento scientifico a tutta la faccenda. Il maestro ci averbbe guadagnato qualche lusinghiera menzione. Borse di studio no di certo, a causa dell’età. Insomma, una scoperta deve essere inserita nella totalità della scienza e lì, dolorosamente, sparire come tale. Ma «solo in città - dice il commerciante - una scoperta ha la sua effettiva validità». È vero, dice il maestro, «ha mai osservato la gente di città? Come cinguettano ininterrottamente? Quando sono riunite in fila, il cinguettare va da destra a sinistra e torna indietro e va su e giù. In città, è vero, è sufficiente un solo appello perché si riuniscano già molte persone. Quello che interessa a uno intressa subito anche all’altro. Si sottraggono gli uni agli altri, col respiro, le opinioni che, infine, fanno proprie».



Mercoledì dodici marzo 2008

INFERNO. Vi sono giorni in cui la vita scorre confusa. Nugoli di avvenimenti senza importanza si coalizzano a determinare, segretamente, il mio personale inferno. Parlo di nervosismi, di insonnie, ma anche di mattonelle smosse, del fetore di carne rancida, della folata di vento gelido che affonda l’unghia arcigna nel mio collo sprotetto. Angoli gremiti di giovani astiosi si succedono a mura ombrate di segretarie maldicenti, corridoi suporosi di malattie si aprono su aule maleodoranti. Un tipo con baffoni staliniani, seduto su un alto seggiolone, tutto imparaticcio si burla, suscitando l’ilarità dei subalterni, della mia stanchezza. Non è troppo tutto questo? Sono all’inferno, non c’è dubbio.



Domenica due marzo 2008

NON NASCI. La sapienza tragica è racchiusa nel motto non nasci: meglio non essere nati, ma ora che il peggio è accaduto, il meno peggio è morire presto. Ogni lettore di Nietzsche che abbia iniziato da La nascita della tragedia conosce il gusto turbolento di queste prime parole. A conclusione del suo percorso, Nietzsche, nell’anno 1888, anno denso di titoli, tre, quattro, forse più, liquida il logos discorsivo della filosofia e riafferma il valore del pensiero tragico. Tutti sappiamo quanto Nietzsche tenesse a non passare per un pessimista, ma la concezione affermativa della vita ch’egli sostenne è tutt’altra cosa dalla tiepida ideologia del pensare positivo compendiata nella nota canzonetta. La vita, in Nietzsche, non è, strettamente parlando, né buona né cattiva, affermarla significa prenderla così com’è e porla a fondamento dell’agire. Nietzsche rovescia il luogo comune kantiano per cui la vita buona sorgerebbe dalla legge morale; ogni morale, all’opposto, nasce dalla vita tal qual è: buono è ciò che vi si conforma e la potenzia, cattivo ciò che l’indebolisce. Il sentimento tragico consiste nel riconoscere il disastro che la vita pone e dispiega e, tal qul è, potenziarla; non già salvare la vita, quindi, ma raddoppiarla tal qual è. Ciò che la filosofia (che alla fine del suo cammino di pensiero Nietzsche paragonò a uno stormo di volatili necrofagi) tenta di fare oggi è invece di tradurre il tragico in qualcosa di comunicabile, in qualcosa di edificante. I professori devono pur guadagnarsi da vivere, questo è vero, ma interpretare la fologorante verità della carne che si disfa come una sorta di pacca sulla spalla ... via! Tranquilli - dice il filosofo - il tragico non è il dolore della morte, non è il desiderio di perpetuarsi bevendo il sangue altrui, non è questo spavento, è solo la consapevolezza della necessita del Leviatano. In cambio dei suoi centomila euro l’anno il filosofo si adatta a depotenziare il carattere sanguinolento della vita, a rileggere la tradizione in chiave edificante e, per conto terzi, si adatta praticamente a qualsiaisi cosa.



Domenica ventiquattro febbraio 2008

PESSIMISMO. L’ottimismo della volontà è una sciocchezza marxista, oppure un atteggiamento tragico. Se l’intelligenza consiglia di non tentare e si tenta lo stesso, ciò significa votarsi allo scacco, oppure, ma in un altro contesto, mediante il dispendio di sé, alla gloria.



Domenica dieci febbraio 2008

CORINZI I (1, 17). Per dare un minimo di fondamento scritturale a quanto asserito in «Martirio» (13 gennaio 2008), voglio allungare la lista dei commentatori di Paolo: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo, e non in sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce». Dunque Paolo dice: sì, è vero, ho battezzato qui e là, anche presso di voi, ma l’essenziale non è questo; l’essenziale sta nella predicazione del Vangelo. Poi Paolo specifica la sostanza di tale predicazione. Essa consiste: a) nel riconoscere che tale predicazione non consta nella trasmissione di una “sapienza di parola”, cioè in una sorta di verità filosofica a cui si possa giungere discutendo; b) nel riconoscere che ciò che in questo Vangelo si mostra, al di là del pensiero categoriale, è la croce, ossia qualcosa che si impone per la sua forza emblematica e che viene attestato per mezzo del sangue, ossia della vita stessa la quale, nella sua essenza, è morte. Paolo dà qui l’impressione di voler attestare l’inconciliabilità assoluta del nuovo divino con il Dio di Atene (e Roma) come altrove stabilisce l’inconciliabilità del nuovo divino con il Dio di stanza a Gerusalemme. Il nuovo divino è l’opera della redenzione e il suo segno è la morte.



Domenica tre febbraio 2008

PENSOSITÀ II. Dunque, dicevo (Pensosità I): una pensosità che pretendesse di accedere al pensiero per una via alternativa a quella del romanzo di formazione della coscienza filosofica, un pensiero, diciamo così, “selvatico“, a rigore non dovrebbe esistere. Se dovesse mai darsi qualcosa come un pensiero selvatico, bisognerebbe desumerne la sopravvenuta incapacità della filosofia a svolgere quella funzione “poliziesca” che doveva imporre al pensare, prima che questo potesse prodursi come qualcosa di rilevante agli occhi dei professionisti del settore, il travaglio della formazione. Ma una filosofia che non fosse più in grado di svolgere una tale funzione (funzione essenziale e non meramente accessoria) verrebbe con ciò meno al suo stesso compito civilitario. In altre parole: se dovesse darsi un pensiero “selvatico”, ciò sarebbe indice del fatto che la civiltà, nella sua forma eminente (l’Occidente, l’automoventesi architettura storico-politico-filosofica), avrebbe cessato di sussistere.



Domenica ventisette gennaio 2008

RELATIVISMO ETICO. Tutti i beni hanno lo stesso valore, ovvero non c’è nessun bene, nessuna etica. Il contrario del relativismo etico sarebbe: siamo certi che determinati beni sono veramente beni, mentre altri, che pure si presentano come tali, non lo sono, non veramente. Il problema è: chi garantisce che questo bene sia un vero bene? In fondo il relativismo etico non è che l’esito storico di quelle etiche che hanno creduto di poter fare da sé, di potersi autofondare. Se non si vuole che il relativismo venga, alla fine, a bussare alla nostra porta, l’etica di cui ci avvaliamo deve essere garantita, ci vuole cioè un fondamento capace di garantire che i beni di cui essa si sostanzia siano tali in verità. Solo la verità può dare certezza di fondamento ai nostri fini. Chi possiede la verità possiede la certezza dei beni che persegue; chi persegue cotesti beni è certo che si tratti di fini giusti. Quelli, diversi, perseguiti da altri (i quali - poiché la verità non ammette il contraddittorio - non sono mai nella verità) sono sempre sbagliati. Ma chi possiede la verità?



Domenica venti gennaio 2008

PENSOSITÀ I. Il pensiero, in senso professionale, nasce quando la pensosità, che nella sua struttura profonda è sempre qualcosa di provinciale, incontra, o si urbanizza, in una Bildung, o, per meglio dire, quando, attraverso l’inferno e il purgatorio della formazione, giunge al paradiso dell’autocoscienza o coscienza filosofica. Ciò che impedisce a una pensosità qualsivoglia di evolvere spontaneamente verso il pensiero è la filosofia stessa, la quale svolge questa funzione, la rigida distinzione tra filosofia e non filosofia (che è una funzione di polizia, nel doppio senso di una police e di una politesse, e forse anche di una politique del pensiero) nell’ambito di un compito più vasto, quello di concorrere, insieme con la storia e la politica, allo sviluppo della civiltà. Questo è l’Occidente, un’architettura storico-politico-filosofica, moventesi da se stesa, che nasce, tra l’altro, dalla negazione della pensosità provinciale.



Domenica tredici gennaio 2008

MARTIRIO. Il martirio che ci tocca non è la carneficina, lo squartamento dei secoli passati, il problema non è la flagellazione, non sono l’inchiodatura e lo slogamento degli arti, il problema è la morte, il semplice fatto che si muore o la semplice possibilità di morire. La morte tocca l’uomo in modo assoluto. Slegata da ogni altra cosa, non condizionata da nessuna, essa è il martirio che gli tocca e che, inevitabilmente, lo tocca, il martirio che egli deve necessariamente affrontare. Per questo è necessario portare la morte nella sfera del senso, farne, come si dice, la possibilità più propria, assumerla come condizione affinché si dia, per noi, la possibilità di salire più in alto, sopra noi stessi, oltre la putrefazione. La nuova visione del divino, che risplende, si chiude e si limita nell’opera della redenzione, è l’insuperato tentativo di questo trasporto. Tutte le filosofie che si sono date il medesimo compito, Hegel, Agostino, Heidegger ..., non sono che ripetizioni o reinterpretazioni di questa medesima congettura sulla possibilità di dare un senso alla morte.















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