PRECESSIONE DEI VALOR STORICI. Lordine della creazione - dice il Papa - va rispettato (Udienza del Santo Padre ...). Ma la creazione, ossia lidea secondo cui vi sarebbe un creatore, non è che unopinione. Il fatto che levoluzione sia anchessa unopinione non confuta, bensì rafforza, levidenza che anche la creazione è unopinione. Sicché il Papa chiede che venga rispettata nientaltro che lopinione del Papa. Ma Benedetto XVI non si accontenta che vi si conformino i cattolici, vuole che lo facciano anche i politici cattolici, i giudici cattolici, i medici cattolici, gli infermieri cattolici, in quanto cattolici e come politici, giudici, medici e così via. Lopinione del Papa, a detta del Papa, deve cioè penetrare il sistema dei poteri e delle professioni per determinare, dallinterno, la forma delle istituzioni. Ciò che non deve accadere è che un medico, un giudice, un politico non credenti possano imprimere alle istituzioni delle forme mis-credenti. Unaltra opinione del Papa è infatti che politici, giudici e medici cattolici, facendo interagire il loro pensiero professionale con la loro opinione religiosa, vengano esercitando la retta ragione. I non credenti - benché convinti che il loro pensiero professionale sia libero da condizionamenti - fanno in realtà dipendere le proprie scelte formanti dallopinione ateistico-relativistica epperciò essi esercitano la ragione in modo del tutto errato. Può darsi che ateismo e relativismo siano idee sbagliate, ma anche questa non è che unopinione. Ed eccone unaltra: credere alla creazione è ciò che fa dei cattolici i simili agli islamici. Ritenere che la modernità suborni lordine della creazione è ciò che li fa simili allislamismo radicale. Pensare che si debba fare qualcosa di politico per preservare lordine della creazione è ciò che li avvicina, vertiginosamente, a certe manifestazioni di intolleranza proprie di talune tendenze interne allislamismo. Rifiutarsi di prendere partito contro la pena di morte se comminata agli omosessuali (magari perché questi contraddicono, fosse anche con un atto di volontà perversa, lordine della creazione), benché si tratti solo di un atto negativo, di una semplice non-adesione, getta una luce sinistra sul quel punto oscuro che il cattolicesimo sembra avere in comune con quel lato dellislamismo che ammette la possibilità di gesti estremi per preservare lordine della creazione. Che qui si tratti di cattolicesimo radicale è appunto ciò che si vuol mostrare. Anche lo scrivente ritiene che vi siano dei principi non trattabili. Egli ritiene però che a fissarli sia lesperienza storica, non lopinione teologica. Così, per esempio, egli pensa che leguaglianza biosferica di tutte le razze, di tutte le specie e di tutte le morfologie preceda, sul piano ontologico, l idea secondo cui lagire politico sarebbe dettato direttamente da Dio. Questultima opinione, in auge fino a qualche secolo fa, è stata infatti delegittimata dalla lezione storica.
PREMONIZIONI. Mi chiamo Y., sono cresciuto con la premonizione strana e terribile che qualcosa di potente fosse nellimminenza di prodursi attraverso la mia fragile vita. Da piccolo non suscitavo simpatia o tenerezza come tutti i piccoli nei grandi, ma un timore vagamente dissimulato. Grandetto, un giorno mi allontanai da casa spingendomi oltre il fiume che divide la città bassa da quella alta. Io, figlio di quelluomo acquiescente e di quella donna misteriosamente ardente, mi spinsi verso la città vecchia dove mi capitò di osservare le merci e i mercanti, i mendicanti e i ladri, gli esattori e le puttane, il brulichio della vita intorno alledificio più rappresentativo della città. Fu così che venni colto da una specie di incendio nel retro della testa. Voglio dire, quella vita repellente produsse in me qualcosa di feroce, risalente lungo la dorsale, che mi azzannò il frutto galleggiante nel cranio. Sicché annebbiai. Dunque corsi con gli occhi chiusi. Superai, credo, la cinta e i giardini, superai i gradini primi e secondi, superai il grande andito lucente e, cieco, fui nel buio, nel fresco, sacro buio che diede calma al fuoco che ardeva lassù, nellorgano superno. I miei genitori dovevano essere in pensiero, non lo nego. Mi fu detto che i parenti mi cercavano. Allora corsi fuori. Non che mi cercassero nella sinagoga, si intende, ma nella nostra città tutte le strade portano lì. Fu così che li incontrai e i grandi mi mossero rimprovero e i piccoli saltellando chiedevano: dove sei stato? dove sei stato? Pensai: che vogliono, non sono forse grande abbastanza per fare da padre a me stesso? Dovettero, credo, leggermi qualcosa in volto perché mia madre si coperse il viso con le mani e mio padre impallidì, parole morirono, tremando, sulle sue labbra, quindi indietreggiò e, volgendosi, nello strepito della città prese la via del ritorno. Tutti gli andammo dietro, naturalmente, io tra i fratelli e la madre ultima. Calma ritornava tra la spina e il cerebro. E mentre i piccoli mi toccavano le mani, i lombi, laddome, vidi alcune chiare nubi allorizzonte e pensai che forse sarebbe piovuto. Dissi «pioggia» e, in breve, ma senza merito, fu pioggia grande. Tutti allora fuggirono.
LA VORAGINE. La notte, di tanto in tanto, mi sveglio e, sulla parete in fondo, tutto a sinistra, una voragine si apre. Non è sicuro che che io la veda veramente. Certamente ne sento loscura minaccia. Il mattino annuncia una giornata fiacca, anzi fiaccata dai continui risvegli notturni. La voragine, alta dal pavimento al soffitto, è rettangolare e non irregolare come, poniamo, lingresso di una grotta o una parete sfondata. Ora accade che venga con me tutto il santo gorno, viene a colazione, poi in laboratorio, quindi in refettorio, la porto negli angoli degli oculi. La sera, dopo la preghiera, ormai assuefatto, ricordo con distacco che lacciaio fonde a mille e ducento gradi e che di notte, una volta, una voragine si aprì nella mia stanza. Coricondomi penso: e se anche stanotte la voragine volesse aprirsi? Il letto mi accoglie con un tremito.
ASFISSIA. Non telefonatemi, è maleducazione entrare nelle case della gente senza farsi annunciare. E nemmeno bussate alla mia porta perché non ho servitù e nessuno si precipiterà alluscio chiedendo «chi è?». Del resto io, in casa mia, mi aggiro come un lupo, col pelo irto, i denti nauseabondi, depositando disordinatamente, qui e là, pensieri infami. Neppure crediate che scrivere una lettera, affidandola al servizio postale nazionale, possa costituire un buon sistema per comunicare con me. La posta può coprire spazi immensi in tempi assolutamente effimeri e aprire una busta non posso farlo mai se non col batticuore. Direi che affidare un messaggio a un amico, magari a viva voce, correndo così il rischio che il messaggio si corrompa, è senzaltro il modo migliore per non urtare la mia suscettibilità. I messaggi che ricevo devono aver perso ogni attinenza con limmediatezza e con lurgenza, ecco. Un messaggio è ben accetto solo se mi informa di fatti e considerazioni ormai inutili. Meglio di tutto è ricevere il messaggio di un morto. Anche la richiesta daiuto di un amico, ebbene verserò delle lacrime, anche se è questione di vita o di morte, ebbene sarò mesto e mi dirò: «vergogna!», purché arrivi tardi, quando lamico, ormai morto, non avrà più bisogno di me. Metterò la missiva sul tavolo e non la perderò di vista. Il tempo che ci separa sarà così, finalmente, inviolabile.
AUTO DA FÉ. Cè differenza tra la domanda: «sei per la vita o sei per la morte?» e questaltra domanda: «sei per pretendere una morte tormentosa o per consentire una fine alleviata?». Di fronte alla prima domanda siamo tutti per il primo corno, ovviamente, tutti per la vita. Il problema sorge con la seconda domanda: «siamo per il tormento o per lalleviamento?». Difendere la vita è difendere la sofferenza? Se un uomo subisce tortura e tormento, ucciderlo, per sottrarlo a tormento infinito, è omicidio? I militi che spezzarono le ginocchia, con orrendo colpo, ai crocefissi, procurando loro morte istantanea, commisero quel male che chiamasi omicidio? Sarebbe stato più giusto lasciarli altre due mezze dozzine dore a soffocare lentamente nel vomito e nel sangue, a sbrindellarsi i muscoli, a slogarsi ogni ossicino? E strangolare un condannato alla morte per fuoco prima di abbandonarlo alle fiamme, come in qualche caso, pietosamente, avveniva, era atto colpevole? Sarebbe stato più giusto lasciarlo lì a lessare, a gonfiarsi, a cuocersi, ad arrostirsi, ad accartocciarsi e ad urlare? Che aveva il fuoco da aggredire più dopo lo strangolamento se non un mucchietto di cenci senza vita, certo, cè più gusto a strappare la vita poco a poco, sfarinandogli il corpo strato a strato a quel condannato. Erano i fasti dellauto da fé. Il problema, evidentemente, lì non era il dolore, il problema era la purificazione, si capisce. Soffrendo luomo si fa più simile a Dio, più degno di Dio, più utile alla causa di Dio. Ma io, io, Ich hab mein Sach auf Nichts gestellet, ho posto la mia causa su nulla. Per me il problema non è la purificazione, ma il dolore, il dolore e la pietà, il dolore e la compassione, il dolore e il suo alleviamento, per me il problema è il dolore e, da ultimo, il nostro infinito bisogno di consolazione.
ALEXANDR SOLZENICYN. Leggere i Discorsi americani di Solženicyn a trentanni dalla loro pubblicazione, quando si ha la mia età, è colpevole. Se me li avessero proposti nel 1976 li avrei rifiutati. Oggi sarebbe invece salutare rileggerli in grande stile, a grande diffusione, non fossaltro che per allontanare il fantasma che si annida in certe pieghe interne della cultura della sinistra europea. Sulla scia di questi Discorsi ho voluto rileggere alcuni saggi di Luckács e uno in particolare, quello dedicato proprio a Solženicyn e al suo racconto Una giornata di Ivan Denisovic. Ciò che mi ha colpito è senzaltro lo scarto tra landamento realpolitik e regionalistico del discorso di Luckács e la dimensione etica della visione complessiva del discorso di Solženicyn. Per il primo lo stalinismo è una sorta di deviazione interna al processo di svilupppo del socialismo in URSS - è così che tutti i marxismi europei interpretarono la fase staliniana della storia sovietica dopo il 1956, nonostante lUngheria. Per il secondo lo stalinismo è invece uninvenzione atta a consentire al comunismo, di cui Stalin fu autentico interprete, di proseguire nel suo cammino di devastazione, inscenando una sorta di autorevisione umanizzata. Per Luckács il racconto Una giornata di Ivan Denisovic è il tentativo della letteratura autenticamente socialista di estirpare dal cuore dei comunisti la contraddizione stalinista, mostrandone il volto grigio e non autenticamente marxista. Ma quando Solženicyn poté parlare liberamente della vita in Unione sovietica si poté comprendere, si sarebbe dovuto comprendere non solo che Luckács parlava in realtà come un funzinario kruscioviano, ma che quello scrittore che il filosofo aveva eletto a mentore del passaggio al poststalinismo era in realtà ben deciso a non lasciarsi coinvolgere in processi di revisione storica del marxismo. Il problema per lui era tutto il comunismo unitamente alla sua dottrina: il lager di Ivan Denisovic era prima di tutto un lager comunista e di questo dovevano rispondere non solo Stalin e la nomenklatura del partito al potere in quellepoca, ma tutto il gruppo storico della rivoluzione bolscevica, Lenin compreso e, cosa che sconvolse non pochi, i suoi padri teorici: Marx e Engels. Le parole di elogio usate da Luckács per il XX Congreso del Pcus e per lo scrittore Alexandr Solženicyn reduce da un decennio di internamento, suonano straordinariamente contraddittorie: o si sbagliava sul significato del XX Congresso o, bisognerebbe dire che, interpretando Solženicyn, si sbagliava sul valore di libertà e di emancipazione della dottrina marxista (13 ottobre 2002).
Domenica ventisette luglio 2008
RISO NERO. Si dice che Dark Laughter sia un libro sulla fuga come possibilità di vita. Intendiamoci, è già molto. In effetti Bruce fugge da Chicago, fugge dai circoli intellettuali di quella città, fugge dalla moglie, scende lungo il Mississipi, lentamente, fino a New Orleans, dove si mette a fare loperaio in una fabbrica di pneumatici e, alla fine, fugge anche di lì. Ma soprattutto è un libro, Dark Laughter, sul riso nero, sulla felicità oscura dellanimale. Non cè molta chiarezza su questo punto. Certo, il riso nero è tale perché è come quello dei negri, ma ciò perché i negri sono fuori dalla morale, fuori dalla civiltà: i negri ciò che vogliono se lo prendono, non hanno super-Ego, troppo vicini alla natura, troppo spontanei, sono «bestiacce». Ebbene, i soldati nelle trincee sono come i negri. Questo è ciò che Sheerwod Anderson rivela e a cui Hemingway nemmeno si avvicina. Ciò che ha sconvolto una generazione di americani non furono certo i negri, bensì la trincea e la guerra in Europa. La trincea fa questo alluomo, fa crollare la menzogna della morale; la trincea fa di ogni uomo ciò che realmente è, fa venir fuori il negro che è in lui, fa venir fuori la bestiaccia. Ebbene, se di fuga si tratta è fuga davanti al riso nero, alla mera vitalità animale. Forse bisognerebbe abbandonarsi alla verità della trincea almeno una volta nella vita, come tenta di fare Rose Frank una certa notte, al Libro VI, per cogliere un minimo di fremito. La chiusa del romanzo sembrerebbe in effetti suggerire questa soluzione, con Bruce e Aline che se ne vanno dopo aver tradito Fred, ma è un inganno. Proprio qui si deve invece cambiare prospettiva, bisogna considerare le cose dal punto di vista del marito abbandonato. Avrebbe dovuto, o potuto, ucciderli, sbranarli, e invece anche lui si arresta al limite. Nonostante il furore, la rivoltella e le minacce che rimastica tra sé, alla fine eccolo seduto, rigido sul letto, civile, ordinato e affranto. Anche Fred viene dalla trincea. Tutti hanno compreso ciò che tiene in vita luomo nelle situazioni estreme: la sua parte oscura, ma solo la civiltà, ossia la menzogna, consente di sopportare la vita umana così comènella sua dimensione media.
Domenica venti luglio 2008
ALLA DERIVA. Dava segni di squilibrio? Beh, già in passato aveva subito un crollo, un ricovero, uno, forse due trattamenti elettroconvulsivi. Nel nuovo stato questa donna frivola, grassa fino al ridicolo, non priva, in certe amabili uscite, di qualche stridula arguzia, si abbandonò a un profondo malessere. Divenne laconica e sinistra. Ricoverata, curata e dimessa una seconda volta a distanza di un quarto di secolo si trascina, ora, silenziosa, lungo le stagioni mutevoli del clima di montagna. Poi accadde il parto della figlia e, subito dopo, senza plausibili spiegazioni ostetricie o internistiche, che questa morisse. La piccola fu allora sequestrata dalla famiglia del genero perché - si pensò - non dovesse respirare laria contaminata, psichicamente malsana, che ristagnava nella casa dei nonni. Lei - si dice - se ne stava accoccolata in fondo al nido che la nuova farmacologia, pietosamente, le aveva intrecciato. Un mattino, senza preavviso, sentì però nel risveglio una qualità nuova. Unansia dimenticata la attraversò raccogliendosi in zone vulnerabili. Un senso di nausea allo stomaco, un senso di soffocamento alla gola, un martellamento violento al cuore, una grandine elettrica alla nuca. La stanza gli apparve scomposta in bagliori oscuri. Mormorò il nome della figlia, o così credette, poiché il suo linguaggio era regredito ad una fase prevocalica. Un protodemone avestico aveva preso dimora sotto la sua lingua? «kh-kh-rr-r-r» disse chiaramente, ma in modo che anche se vi fosse stato qualcuno presente, se anche qualcuno lavesse udita, di certo non lavrebbe intesa. Una vampa violenta linvase, anzi le risucchiò le meningi. Nessuno la vide quando il velo della medicina si squarciò. Atterrita e atterrata sentì che Chiara era morta, per sempre, morta senza remissione, morta senza possibilità dappello. La sua carne tremula avrebbe voluto, allora, disfarsi, oh sì, in ragnatele di granchi che fuggono centrifughi verso tane impenetrabili. Lunità della sua coscienza avrebbe voluto dissolversi in un frazionamento animale, in un flagello di cavallette tutto divorante. Anzi, scendere più sotto, nel vegetale, no, ancora più giù, nel minerale: terra, terra, zolla accanto a zolla, grumo accanto grumo, terra fradicia di tenebrosa pioggia, terra dissolventesi in uno smottamento senza forma. Labisso del lago le sembrò troppo piccolo per seppellire il suo dolore disperato. Alla fine fu solo una povera cosa sconnessa che andava alla deriva.
Domenica ventinove giugno 2008
RECLUSORIO. La regione delleterogeneo, o del negativo, non è un luogo determinato. Vi sono luoghi determinati che vi appartengono come il carcere, le corsie della morte, le camere di tortura, ma per lo più si tratta di un luogo disseminato. Solo uno sforzo dastrazione può restituirci, di esso, unimmagine unitaria. Limmagine più viva è tuttavia quella del reclusorio. Di là dalla porta che lo separa dal resto del mondo vi è il mondo luminoso e libero, il mondo omogeneo degli esseri che possono essere misurati e valutati, che si rapportano gli uni agli altri secondo ununica misura. Di qua è invece un mondo tutto particolare e, in particolare, un modo che non assomiglia a nulla. Si può supporre che non vi sia delitto che non abbia qui il suo rappresentate, ma vi sono anche idee e esseri, cose per le quali sarebbe molto difficile poter decidere per quale motivo vi si trovino. Strani malati che generano spavento, bestie che generano ribrezzo, idee che generano rabbia, pratiche sessuali che generano riprovazione, pratiche religiose che generano sospetto, sistemi che generano orrore, eccessi di bontà, di prostrazione, di concentrazione, eccessi di intelligenza, eccessi estatici, eccessi erotici, ogni sorta di eccesso che non sia stato possibile ricondurre entro gli ampi corridoi della placida fluvialità omogenea. Ma al di là dellastrazione bisogna pensare a qualcosa disperso qui e là, frammisto a ciò che apprezziamo, persino a ciò che amiamo, oh sì, tuo figlia, il loro padre, il confessore, il vicino di casa. Il negativo è la zavorra che impedisce agli uomini di spiccare il volo come angeli. Ma, si noti il paradosso, esso è ciò senza di cui la stessa parte omogenea non potrebbe emergere come tale; esso è il nulla nel quale lessere appare, linforme dal quale la forma si annuncia, la bruttura dalla cui discende larmonia, esso è la malattia su cui si innesta la salute, la violenza dalla quale discende la mansuetudine, larbitrio che espelle la giustizia, la forza su cui si inalbera la legge. Non cè alcunché di positivo che non senta, alle sue spalle, in lontananza, antico refolo, laria gelida del reclusorio, solo che ci siamo abituati a ignorarla.
Domenica ventidue giugno 2008
DISPERSIONE, DANNAZIONE, REDENZIONE. Lopera della redenzione sorge sullo sfondo del negativo. In un certo senso, anzi, si tratta proprio dellassunzione del negativo come punto di partenza: lo svelamento che la parte omogenea del mondo sarebbe dannata senza questa presa di coscienza. Abbandonarsi al mondo è semplice dispersione di sé, semplice perdizione, è lestetico, la moltiplicazione artificiale dei punti desperienza. Il suo contrario, labbandono del mondo a se stesso, è invece la redenzione. Redenzione, in questo senso, è quindi conquista di sé oltre il sé mondano. Disperare di non potersi liberare di se stessi - per abbandonarsi al mondo, per potersi semplicemente disciogliere nel mondo - e, allo stesso tempo, disperare di potersi conquistare per un avventura oltre il mondo, è la dannazione vera e propria. Essa compete alluomo etico e soltanto a lui - e luomo etico è luomo omogeneo. Per questo allomogeneo occorre il salto, quel salto capace di collocarlo nel punto, allindietro, in cui omogeneo e eterogeneo non sono ancora disgiunti. Redento è luomo capace di spiccare il volo, di staccarsi dal suolo e, per far questo, raggiungere, a ritroso, il punto in cui il mondo non è ancora divenuto un valore irrinunciabile. Luomo omogeneo, proprio in quanto tale, ha superato la mera condizione estetica, ha scoperto la dimensione etica dellesistenza, non può più tornare indietro, a lui è negato loblio nella dispersione. Una cosa, però, egli può recuperare del negativo: il dolore, latrocità della malattia e della perdita, lassurdità del male.
Domenica quindici giugno 2008
STATO MINIMO E MAFIE. Il mio interlocutore, un tipo regionale dissimulato, con baffo eloquente, sostiene che lo stato minimo è lo stato delle mafie. Io ho due opinioni in proposito. La prima è che lo stato minimo non è un antidoto contro lo stato massimo, ma levoluzione possibile di uno stato medio, ossia di un Welfare che, al suo interno, abbia sviluppato un momento critico, capace cioè di mettere a nudo i residui totalitari (Marcuse? Foucault?). La seconda riguarda le mafie. La mafie non sono un anti-stato, ma organismi simbiotico-parassitari. Questi si nutrono e si riproducono per mezzo dello stato. In cambio, comè noto, forniscono dei servizi quasi-statali, per esempio il controllo censitario-fiscale delle attività economiche, il controllo poliziesco della microcriminalità, la distribuzione degli appalti. Le mafie possono quindi essere ostacolate solo per sottrazione, non per aggiunta di stato. Come in un focolaio dincendio si deve sottrarre combustibile, oltre che comburente, per soffocare il fuoco, così, nella lotta alla mafia, ciò che bisogna fare è sottrarre stato lasciando lelemento mafioso nel vuoto pneumatico. Paradossalmente, lunico modo efficace di combattere il fenomeno mafioso lo si può reperire non sul terreno giudiziario-militare, meno che mai su quello morale-religioso, bensì sul terreno dello scambio simbolico: bisognerebbe cioè sfidare la mafia a trasformare la sua quasi-statalità in una vera e propria organizzazione statale. Il rilancio della mafia non potrebbe, in questo caso, che condurre alla sua estinzione, o per statalizzazione del suo potere arbitrario o per riflusso spontaneo, cioè per suicidio.
Domenica otto giugno 2008
NOTE A «STATO MINIMO ...». Nozick parla di stato minimo e di massima estensione delle scelte individuali: stato minimo è lo Stato più esteso che si possa giustificare, mentre qualsiasi stato più esteso violerebbe i diritti delle persona. A proposito di totalitarismi Foucault invece non pensa soltanto alle sue realizzazioni storiche più note, ma anche a quei Welfare, più o meno accentuati, che furono oggetto delle critiche di un Marcuse e, senzaltro, del movimento del Sessantotto. Il marxismo contemporaneo si è sempre stupito di questa posizione foucaultiana e anche se vi ha scorto il manifestarsi di una critica erosiva, non ha mai mancato di scorgervi anche una sospetta mancanza di progetto, lassenza di una tecnica capace di determinare il cosiddetto «rovesciamento della prassi», insomma, la mancanza di una teoria della rivoluzione. E se Nozick, o Rothbard, rappresentano lespressione più emblematica, e più elaborata, del libertarismo di estrazione liberale, Foucault è un ordigno non meno pericoloso, che mostra analogie inquietanti proprio con le posizioni anarco-liberali. Sicché ciò che a noi pare oggi di grande attualità - la declinazione della capacità di rendersi liberi nel rapporto governamentale attraverso la stessa governmentality liberale (e il suo sistema economico), attraverso la delimitazione di zone di autonomia o, meglio ancora, di spazi sia pure transitoriamente, oscillatoriamente sottratti alla presa della governmentality -, al marxismo ciò parve allora, oggi la cosa ha unimportanza del tutto secndaria, unaltra manifestazione delle interne contraddizioni delle liberaldemocrazie occidentali.
Domenica primo giugno 2008
STATO MINIMO E SOTTRAZIONE MASSIMA. Consideriamo la posizione di un Robert Nozick. Questi vuole anzitutto dimostrare che lanarchia è una posizione politicamente possibile e razionale allinterno di un corretto approccio filosofico-politico. Per Nozick si tratta, per lo più, di dimostrare che lo Stato non è necessario in senso stretto, anche se può essere utile, e che non è intrinsecamente morale, ma che, se utile, la sua immoralità può essere corretta. La tesi di Nozick, comè noto, è che noi possiamo perseguire razionalmente il progetto di uno stato minimo senza intaccare i nostri valori etici fondamentali. Ora consideriamo la posizione di un Michel Foucault, altro pensatore anarchico sui generis. Questi non cerca di definire cose come lo stato, i diritti, la persona, i valori, bensì di stabilire a quali condizioni e in quali modi concreti lindividuo riesce ad esprimere, se vi riesce, un certo grado di autonomia. Foucault non intende lautonomia come un correlato dessenza del soggetto, ma come il rapporto tra me che sono il governato e colui che mi governa. Il problema, per Foucault, è a quali condizioni il governato riesce nei fatti, non come mera petizione di principio, ad esercitare un determinato grado di sottrazione allazione di governo che si dirige su di lui. Diciamo che al posto dello stato minimo in Foucult si profila qualcosa come un minimo governamentale: là dove esiste unazione diretta a governare gli uomini, lì - dice Foucault - esiste anche il tentativo di sottrarsene. Questo tentativo è stato definito da Foucault in termini di critica, ma credo che, in senso estensivo, esso andrebbe inteso anche come un azione di sabotaggio contro lazione di governo. Dunque minimo governamentale o, che è lo stesso, massima sottrazione. Una sottrazione più grande equivarrebbe al prevalere delle forze oscure della sollevazione; una sottrazione minore equivarrebbe al dominio totalitario delle strategie governamentali.
Domenica quattro maggio 2008
SESSANTOTTO. Perché non dico qualcosa sul Sessantotto? Eccomi. Secondo Foucault, il marxismo è entrato in relazione con i movimenti di quegli anni tuttal più come fragile velatura ideologica (è Duccio Trombadori a stigmatizzare questa declinazione eterodossa), anzi come una fastidiosa impalcatura che ha in qualche modo ostacolato lespressione più corposa e profonda delle esigenze libertarie incarnate da quei movimenti. Il testo di Trombadori a cui faccio riferimento è del 1981, ma già nel 73 Gian Mario Bravo era stato sufficientemente chiaro: le rivolte studentesche che da Berkley a Parigi a Roma a Berlino incendiano lOccidente sono rivolte di tipo anarchico. Si tratta non di un qualche nuovo tipo di anarchismo, ma del ripresentarsi puro e semplice del vecchio anarchismo di Proudhon, di Bakunin e di Stirner così inviso a Marx e a Engels. I caratteri tipici dell'anarchismo sono infatti lo spontaneismo, il volontarismo, l'antiautoritarismo, il movimentismo, il ribellismo e i vari Marcuse, Cohn-Bendit e Rudi Dutschke ne incarnano lo spirito alla perfezione. Lassunto (corretto a mio giudizio) di Gian Mario Bravo è che l'anarchismo è essenzialmente il frutto delle contraddizioni interne al liberalismo e l'espressione degli interessi della piccola-borghesia; la conclusione, parimenti rigorosa, è che anche solo il tentativo di cercare una strada per un collegamento organico - o anche solo un compromesso - con il marxismo è semplicemente assurdo. Sono memore dello spirito dei movimenti di contestazione europea del Sessantotto e delle sue cosiddette spinte trasgressive e inoltre concordo appieno con Gian Mario Bravo circa la natura anarcoliberale di quei movimenti e della loro incomponibilità con il marxismo, cosa che, sulla scia di Foucault, beninteso, dà conto del mio residuo interesse per ciò che Sessantotto significa.
Domenica ventisette aprile 2008
UNICO ED UNO. Adorano con noi lunico Dio. Ebbene, si dice, ma non è così. Credere che il Dio dellIslàm e il Dio del Cristianesimo siano lo stesso è un errore logico che deriva dalla confusione tra Uno ed Unico. Per lIslàm Dio è Uno: «Egli, Dio, è lUno. Dio lEterno. Non generò né fu generato, nessun Gli è pari» (Sergio Noja, LIslàm e il suo Corano, Mondadori, Milano 1988, p. 13 - si tratta di una citazione dal Corano). Mentre per i cristiani Gesù è unico redentore, e perciò, è Egli Dio. Se il cristiano vuole comprendere la fede islamica non lo può, tuttavia, a partire dal presupposto che entrambi, cristiani e musulmani, adorino lunico e perciò stesso Dio. Non è la Trinità a fare problema, è che per il musulmano Dio è unico in quanto è Uno, mentre per il cristiano, comunque la si rigiri, unico è il Salvatore in quanto irripetibile. I cristiani, autentici deteologizzatori del problema del divino, hanno come Salvatore un unico evento, Gesù, che perciò è Dio, mentre i musulmani, autentici monoteisti, hanno elaborato una religione del Dio Uno, annunciata da un profeta, il quale è uomo ed ha nome Maometto. La dottrina trinitaria è invece il tentativo di fare del salvatore qualcosa di unico con il Dio Uno della tradizione ellenistica e con il monoteismo ebraico.